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Amore criminale.

Il lunedì appuntamento fisso su rai uno, per guardare “amore criminale”. Programma che ricostruisce le vicende relative a rapporti di amore malati, compromessi dalla violenza di uno dei componenti della coppia. Inutile specificare che ad oggi il soggetto violento dei vari racconti è sempre stato quello maschile.

E’ strano come alcuni reati siano commessi prevalentemente da uomini. Il più delle volte si tratta dei crimini più disdicevoli, quelli che coinvolgono donne o bambini. Raramente assistiamo a donne stalker che giungono fino al punto estremo di uccidere il proprio compagno, molto più frequente è la situazione inversa.

Trovo che ci sia una volontaria contraddizione nel titolo di questa docu-fiction, una sorta di ossimoro. Come possono due termini così in contrasto stare l’uno al fianco dell’altro? L’amore se è tale non può essere criminale. Chi ferisce o uccide in nome dell’amore, non ama e non ha mai amato. Sarà banalità, ma quante volte la trasmissione si chiude con l’assassino che continua a dichiarare il suo amore. Troppe.

Cosa mi spinga a guardare un programma che non fa altro che spingere a galla ricordi sotterrati da anni, non riesco proprio a capirlo. Forse un po’ di masochismo, forse la voglia di capire, di rielaborare e ricordarmi che alla fine ce l’ho fatta. Che sono qui, che non ho più paura, che mi sono ripresa la mia vita, impedendo a chi voleva distruggermela, in nome di un amore mai esistito, di averla vinta.

Si, perché ce la si può fare. Ci si può liberare non soltanto fisicamente, quello è il passo più facile da compiere. Ma, vi assicuro, si riesce a rendere libera anche la mente, a scacciare ogni timore e tornare fuori a testa alta: si ricomincia a prendere i mezzi pubblici e si riprende a uscire da sole, si può nuovamente rispondere al telefono perché alla fine il tuo nuovo numero non è riuscito a averlo, non si ha più la tachicardia al suono del citofono.

Si può, ma è dura. Si può, ma ci si deve muovere per tempo, si deve riconoscere chi si ha davanti prima che sia troppo tardi. Si può, ma si ha bisogno di un grande supporto. Da soli non si riesce. Da soli è impossibile.

Certo, si rimane segnati per l’eternità, non si torna più a essere quella di prima. Ma forse è un bene, un po’ di diffidenza, gli eventi insegnano, non fa mai male. Non concedere tutta se stessa mai più, mai a nessuno, perché si rischia di essere costretta ad andare a recuperare, in giro per il mondo, pezzi di te, dispensati troppo frivolamente, per tornare a essere completa.

Ma si può. Si può tornare a dormire tutta la notte anche se occasionalmente gli incubi ti faranno svegliare di soprassalto, ricordandoti, tuttavia, che ce l’hai fatta. Che di tutto ciò è rimasto solo un risveglio traumatico, ma un risveglio, che ti conferma che hai lottato e hai vinto.

Si può tornare a fare passeggiate da sole, i primi tempi immaginerai che spunti da dietro l’angolo o da dentro un bar, che ti tagli la strada in macchina o ti segua sul tram. Ma poi ti dimenticherai di tutto ciò e inizierai a scordarti di abbassare la sicura dell’auto, di guardarti le spalle e controllare ogni volto per essere certa di non scorgere il suo. Ricomincerai a camminare guardando il mondo intorno a te, la testa non sarà più china per nascondersi, vorrai mostrarti, mostrarti felice.

Il primo passo è il più duro. Il primo passo è ammettere a sé stesse di essere innamorate ma di non essere corrisposte. Perché è così, un uomo che usa forza e violenza su una donna, sulla sua donna, non ama. E’ dura perché questi rapporti portano gradualmente all’isolamento, si allontanano amici e parenti. Un po’ per tutelarli, un po’ per tutelarsi, evitando di dare adito a discussioni inutili che facilmente potrebbero degenerare. Si deve accettare di rimanere soli, o quasi. E, soprattutto, si deve accettare di dare inizio a un percorso di disinnamoramento. Una lotta contro sé stessi, il cuore che fa a pugni con il cervello, la voglia di credere ancora una volta che le cose possano cambiare e che tutto possa andare per il verso giusto. La realtà che è ben diversa dalla tua immaginazione. La realtà che lo vede appostato sotto casa tua per il solo gusto di spaventarti prima che la tua giornata abbia inizio, e ti ricorda che quello non può essere amore.

Presa questa decisione ha inizio il tutto. Gli uomini violenti sono uomini possessivi. E’ chiaro, non accettano la tua decisione di allontanarti, non senza prima essere sicuri di averti distrutta, non senza prima averti vista pian piano affondare, senza più le forze per rimanere a galla. Io ho avuto il mio salvagente, ce l’ho avuto, però, perché ho trovato il coraggio di chiedere aiuto. Ho avuto mio padre che aspettava di vedermi entrare in università prima di andare a lavoro, ho avuto mia madre che mi vietava di uscire da sola la sera nonostante avessi più di 19 anni, ho avuto la mia amica Alice che ha passato più di un anno chiusa in casa con me a tenermi compagnia quando uscire era troppo pericoloso.

Ogni puntata, mi rendo conto che è proprio questo che ha condotto le donne dei racconti alla morte: per paura o per vergogna non si sono appoggiate a nessuno, non hanno parlato, non hanno raccontato cosa ci fosse dietro al volto sorridente di un compagno che cerca di ammaliare tutti, di piacere ai tuoi parenti, di legare con i tuoi amici, per farti sentire ancor più sola, dimostrandoti che sei tu il problema, perché lui va d’accordo con tutti, sei tu che lo spingi a deviare dalla retta via, sei tu che lo obblighi a essere violento. Sei tu quella sbagliata.

Ti convinci che sia così, e non riesci a chiedere aiuto. Quella richiesta che ti potrebbe dare una seconda possibilità, una seconda esistenza, da conquistare, per la quale dovrai lottare, ma che sarà comunque la tua vita.

Scrivo di cose di cui raramente parlo, scrivo di cose che mi ricordo a malapena, che riaffiorano a sprazzi, scrivo di cose che mi fanno chiedere se realmente sia successo a me. Perché da anni lavoro su me stessa, da anni cerco di allontanare ciò che troppo difficile è da riaffrontare, soprattutto ora, con la consapevolezza che con gli anni ho acquisito. Scaccio questi pensieri perché oggi, forse, fanno più male di ieri. Rivedere me così piccola e indifesa, distrutta con facilità dalla crudeltà altrui. E’ come viverlo dall’esterno, assistere agli avvenimenti, ma non poter intervenire. E’ come se lì ci fosse un’altra persona, troppo giovane per trovarsi in quella situazione, una ragazzina che vorresti aiutare. Ma è troppo tardi. Ormai non ti resta che assistere, come semplice spettatrice.

Lo pubblico? Sono cose troppo personali? Mille dubbi mi hanno assillata prima di scrivere e pubblicare questo post, che ho in mente da tempo e che alla fine non è venuto come credevo, perché ho scritto di getto, lasciando che i pensieri mi guidassero. Pensieri che sono emersi disordinatamente, dopo essere stati schiacciati e repressi per anni.

Un testo che ha una vita propria perché è frutto di un’esplosione di ricordi, che oggi lasciano l’amaro in bocca ma anche una nota di orgoglio, per quella che sono stata, per come mi sono riappropriata di me stessa, per ciò che sono ora, dopo essere stata così vicina al non essere più.

Alla fine lo pubblico. Lo faccio perché in tutta questa storia non sono io a dovermi vergognare. Lo pubblico per dire a tutte che il vostro silenzio è la loro forza.

Parlate, raccontate, urlate quello che vi sta succedendo.

Solo così potete farcela.

Eleonora.

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Mamme xenofobe.

Ultimamente, a causa del periodo di inserimento al nido della nana, mi è capitato di avere a che fare con varie mamme. E’ inevitabile scambiare quattro chiacchiere, anche quando ti rendi conto di avere davanti una mamma rientrante nella categoria 1*. Cosa non si fa per i figli…

Una di queste mi ha colpito particolarmente con una frase che mi ha spinto a riflettere, a maggior ragione perché proveniva da una neomamma. Non mi ricordo quale fosse l’argomento principale ma la sua affermazione è stata più o meno questa: “ho scelto questo asilo perché al comunale è pieno di stranieri”.

Io sono rimasta sgomenta di fronte alle sue parole, la mia faccia, sicuramente, lasciava trasparire incredulità e sdegno. Succede sempre così: anche quando, occasionalmente e assai di rado, voglio farmi gli affari miei, alla fine la mia espressione parla al posto mio. Non me la sono sentita di aprire un dibattito proprio in quel momento, in cui dovevo solo interessarmi che la mia bambina si inserisse e integrasse con i suoi compagni. E poi, diciamocela tutta, come si può interagire con una persona che riesce a tirare fuori una frase del genere? Come provare a spiegarle le cose, quale linguaggio utilizzare? Forse avrei dovuto richiedere fogli e pennarelli alle maestre per provare a trovare un mezzo di comunicazione che fosse comprensibile anche a lei. Ho preferito evitare e la mia bocca ha continuato a farsi gli affari suoi, senza dare seguito al comportamento che stava tenendo la mia faccia!

Cosa spinga una mamma a credere suo figlio migliore rispetto ad altri bambini, per il solo fatto che sia venuto al mondo in un posto diverso e addirittura ritenere che questi potrebbero recare danno al suo bambino solo frequentando la stessa classe all’asilo, è per me un mistero.

Avrei voluto avere la capacità di chiedere chiarimenti e delucidazioni, ma mi conosco, mi lascio coinvolgere dagli argomenti e mi scaldo troppo in fretta, soprattutto quando si toccano determinati tasti. Sapevo che se avessi dato modo al dibattito di avere inizio, questo non si sarebbe concluso finchè non l’avessi smerdata con un milione di argomentazioni, per lo più banali vista la semplicità della questione, e il pubblico non mi avesse acclamata iniziando a lanciarmi per aria, eleggendomi nuova leader delle mamme dell’asilo. Ok, la mia mente inizia a farneticare, però vi immaginate la scena?!?

Quindi sono tornata a casa, ripensando a tutte le cose che avrei voluto dire, anche solo per aiutarla a uscire dal suo piccolo recinto di ignoranza e inciviltà. L’oratrice che è in me era assai frustrata, per questo ho deciso di trattare con voi l’argomento.

Ora non per fare a tutti i costi la giurista ma l’articolo 3 della nostra Costituzione, cita testualmente “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Bene, non mi aspetto che questa donna ne conoscesse il contenuto visto che la sua affermazione, a mio avviso, è sintomo di lacune culturali assai ampie, ma credo che il dettato della nostra Carta Costituzionale non sia altro che il risultato di un tentativo di garantire e bilanciare diritti fondamentali degli individui. Spesso appare addirittura banale nei suoi contenuti, nessuno si aspetterebbe che sia necessario introdurre il principio di uguaglianza all’interno della madre di tutte le leggi italiane per farlo rispettare, i più lo danno per scontato. Solo un folle potrebbe ritenere giustificato un differente trattamento sulla base di diversità linguistiche, culturali o religiose.

Eppure ciò che a me appare così scontato e evidente, forse non lo è. Non lo è perché nel 2015 una madre crede che condividere l’esperienza dell’asilo nido con bambini di diverse etnie sia lesivo per suo figlio.

Si potrebbe pensare che la signora in questione abbia buttato lì una frase a caso, per riempire un imbarazzante momento di silenzio. Ma io sono terrorizzata all’idea che nel mondo ci siano bambini cresciuti da madri in grado di parlare e pensare in questo modo. Cosa ne sarà di loro, come affronteranno la vita in un mondo che va sempre più verso una fusione culturale e sociale, inevitabile in un’epoca in cui gli spostamenti sono resi agevoli e veloci, in cui le barriere vengono abbattute e sempre più frequenti sono matrimoni “misti”?

Ok, ho divagato troppo, ma la questione mi smuove l’anima, genera in me una irrefrenabile voglia di capire e far capire il grave errore che si commette ragionando in questo modo.

Io non vedo l’ora che mia figlia possa parlare con un bambino marocchino, mangiare a casa di un amichetto indiano, fare i compiti con la vicina di casa cinese e giocare con il compagno di classe rumeno. Io non ho paura della diversità, perché la diversità è ricchezza. Ogni bambino potrà apprendere qualcosa di diverso e sconosciuto anche solo dialogando, raccontando e descrivendo le diverse abitudini dei genitori, mostrando le fotografie di un viaggio nella terra natia, offrendo cibo cucinato secondo ricette tradizionali.

Ci rivedremo tra qualche anno cara signora, quando sarà tempo di raccogliere i frutti di ciò che si sta coltivando ora. Vedremo se suo figlio, crescendo in una bolla di sapone che lo tiene intrappolato perché non affronti quella che è la realtà del mondo odierno,sarà un uomo migliore. Io lo auguro a questo povero bambino, che è solo vittima dell’ignoranza di sua madre, ma ho seri dubbi a riguardo.

Mi dispiace doverlo dire, davvero, mi dispiace perché i bambini non sono responsabili dei comportamenti dei loro genitori, ma io ho più timore che Mia giochi con il figlio di una xenofoba che con il figlio del kebabbaro!

*Vedi post precedente, “Mamme social”.

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La nana viene con me.

Penso che i bambini imparino solo se permettiamo loro di farlo. Sta a noi dare loro l’occasione di apprendere. Per questo abbiamo deciso, fin dall’inizio, di condividere con Mia quante più esperienze possibili, consapevoli del fatto che la maggior parte stenterà a ricordarle, ma convinti che servano a formarla.

Fin dai primi giorni di vita l’abbiamo portata con noi ovunque. E con “ovunque” intendo davvero, “ovunque”. Non c’è stata occasione in cui abbiamo pensato di non farcela, non c’è stato luogo che abbiamo ritenuto inadatto. Certo, abbiamo modificato il nostro stile di vita per renderlo più consono a questa decisione, quindi non sono qui a raccontarvi di quando siamo andati in discoteca con una neonata, ma abbiamo comunque affrontato piccole sfide.

Sono dell’idea che solo abituandola a diversi ambienti e diverse circostanze, sarà in grado di affrontarli senza problemi e di trovare un suo equilibrio in contesti differenti e variegati. Si tratta, tuttavia, di un percorso graduale e spesso molto faticoso.

In sostanza stiamo lavorando per il futuro, nella speranza di starlo facendo nel modo giusto e di poter, un giorno, raccogliere i frutti delle decisioni che stiamo compiendo quotidianamente. Per adesso sono più le volte in cui va di merda che quelle in cui torniamo a casa soddisfatti del nostro operato, ma contiamo che l’impegno e la costanza siano ripagati e che le soddisfazioni gradualmente arrivino.

Spesso le circostanze mi spingono a chiedermi se questa sia la via giusta da seguire: quando la portiamo con noi a fare l’aperitivo e ci troviamo a dover ricostruire il locale prima di andare via oppure quando a metà della cena urla “CACCAAAAAA” facendo girare tutti i commensali e costringendoti a correre con lei al bagno per fargliela fare nel lavandino perché ha paura del water (vi risparmio i dettagli sulla tecnica che utilizzo, vi assicuro, però, che al concludersi il lavandino è più pulito di come l’abbiamo trovato).

Ci sono state serate in cui siamo usciti a cena in tre, ma alla fine abbiamo mangiato da soli, a turni, perché mentre uno si cibava, l’altro doveva passeggiare con la carrozzina per farla addormentare. Sarebbe stato, forse, più semplice lasciarla a una nonna o decidere di cenare a casa. Ma io trovo che la nascita di un bimbo debba indurti a modificare il tuo tenore di vita per adattarlo al nuovo arrivato, fino a trovare un giusto compromesso, senza doversi spingere fino al punto di rinunciare alla propria esistenza o, addirittura, decidere di condurne una separata da quella del proprio bambino. Per me è come una sfida, alla ricerca del punto di equilibrio.

Non voglio, con questo post, criticare velatamente chi ha impostato diversamente la propria vita da genitore. Semplicemente vi voglio descrivere la nostra esperienza. Comprendo a pieno chi, potendo uscire di rado, decida di concedersi una serata libera, ed è ovvio che, ogni tanto, anche noi la parcheggiamo dalla nonna e mangiamo guardandoci negli occhi. Ma poi, ci rendiamo conto che passiamo la serata a guardare i bambini degli altri come due stalkers, a immaginare come si sarebbe comportata lei in quella situazione, a parlare di cose che le sarebbero potute piacere o di oggetti che avrebbe potuto distruggere.

Aveva tre mesi quando siamo partiti per trascorrere le vacanze estive prima a Nizza e poi in Puglia, non abbiamo rinunciato a passare giornate intere al mare, in barba a chi ci diceva che era troppo piccola o che faceva troppo caldo. Ci siamo organizzati, ci siamo attrezzati e le abbiamo fatto passare l’estate immersa nell’acqua del mare. La sera non abbiamo mai rinunciato a uscire, abbiamo fatto spesso molto tardi mentre lei faceva la nanna di fianco a noi, nella carrozzina . Certo quest’anno le cose sono cambiate, è cresciuta e abbiamo dovuto nuovamente adattarci ai cambiamenti, come facciamo periodicamente. Ma non sono mancate uscite fino a tarda notte con lei che dormiva nel passeggino, sempre di fianco a noi.

Per la laurea mi è stato regalato un viaggio, abbiamo passato il capodanno a Parigi. La cena del 31 dicembre è stata un disastro perché al ristorante non avevano il seggiolone, quindi classica cena a turni: uno mangia, l’altro la tiene e così via finché finalmente arriva il dessert e puoi tirare un sospiro di sollievo, pagare e fuggire a gambe levate ripromettendoti di non portarla mai più da nessuna parte, consapevole che non manterrai la promessa. Si è addormentata mentre passeggiavamo tra le vie della città e puntuale come un orologio svizzero, si è svegliata urlando alle 23.55, costringendoci a rientrare in albergo pochi istanti prima della mezzanotte. Abbiamo guardato il conto alla rovescia su rai uno, c’era Gigi D’alessio che cantava, quando il Karma ci si mette sa essere davvero bastardo. Certo, uno si aspetta ben altro da un capodanno a Parigi, ma quanti ricordi porteremo con noi, quante fotografie abbiamo scattato, quanti racconti potremo farle quando sarà più grande.

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Abbiamo viaggiato spesso da quando è nata, abbiamo visto poco e niente delle città in cui siamo stati, abbiamo cambiato pannolini nei posti più impensabili, l’abbiamo vista rigurgitare su tovaglie pulite, ribaltare piatti appena serviti, siamo andati in giro sporchi di pappa dalla testa ai piedi, carichi come dei muli per non farle mancare niente e siamo sempre tornati a casa più stanchi di quanto lo fossimo prima delle “vacanze”.

Ma abbiamo condiviso tanto e continueremo a farlo perché ora, oltre a essere una coppia, siamo una famiglia, ed è questo che fanno le famiglie, condividono.

Ogni volta che torno da una cena passata a rincorrerla, da un viaggio trascorso a sperimentare nuovi metodi per muoversi con i mezzi pubblici nonostante il passeggino, da una serata a casa di amici ai quali ha smontato tutti i mobili, mi chiedo se ne sia valsa la pena. La risposta è sempre “si”. “Si” per un milione di ragioni, perché lei è stata con noi, perché ha frequentato persone diverse, respirato aria nuova, perché ha scoperto che se mette la mano nel piatto bollente si scotta e reagendo d’istinto lo ribalta, perché si è accorta che un grissino può trasformarsi in un milione di bricioline, perché ha imparato che la mamma troverà sempre un lavandino in cui farle fare la cacca.

“Si”, perché ciò che la arricchirà, nella vita, non saranno le cose materiali ma le esperienze vissute. E io farò di tutto perché mia figlia sia infinitamente ricca.

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Pensieri confusi.

Sono un po’ di giorni che voglio scrivere questo post. Ma poi penso di essere troppo confusa dagli eventi in questo momento e che questa condizione potrebbe influenzarne il contenuto. Ma io sono anche questo: pensieri irrazionali, dettati da momenti di incertezza e insicurezza. Quindi non vi aspettate niente di avvincente o divertente, si tratta di una serie di riflessioni che sono costretta a fare, per riuscire a compiere la scelta giusta, o quantomeno provarci!

Nel mio post di apertura*, dicevo che avrei parlato di cose che poi mi sarei dimenticata, di argomenti che avrei negato di aver preso in considerazione. Questo è uno di quelli: probabilmente tra un paio di giorni, a mente lucida, avrò cambiato totalmente idea e smentirò l’intero contenuto di questo testo.

Quando ho incrociato lo sguardo di mia figlia per la prima volta, ho capito che non sarei mai più stata libera. Non lo dico con l’accezione negativa che una frase del genere potrebbe avere, mi riferisco, più che altro, al vincolo indissolubile che si viene a creare dal momento in cui diventi madre. Un legame che investirà la tua esistenza, modificandola e modificandoti. Un vincolo che ti obbliga a affrontare la quotidianità con una parte di te che vaga per il mondo.

Mettiamo al mondo figli, che poi dobbiamo lasciare andare.

Loro vanno, inconsapevoli di portare con sé una parte di te. A te, invece, è talmente evidente da sentirti mancare, proprio quella parte. Vorresti tornare indietro a prendertela, portarla via con te, e sentirti per sempre completa. Non puoi, non devi. Non dovresti nemmeno volerlo, eppure lo vuoi.

Proprio tu, un tempo così forte e razionale. Ti ritrovi a scoprirti di nuovo, a conoscerti e chiederti dove sia finita la vecchia te. Non c’è più. La cerchi, ti appelli a lei. Non c’è, in sala parto ti ha definitivamente lasciata dopo aver preparato le valigie per nove mesi.

Se due anni fa mi aveste chiesto come mi vedessi in futuro, la mia risposta sarebbe stata immediata: sarò una donna realizzata dal punto di vista professionale, investirò tutte le mie energie per raggiungere questo obiettivo. Proprio come ho fatto durante gli studi, quando andavo a letto a mezza notte e mi svegliavo alle cinque per ripassare, quando dicevo a Loris di starmi lontano la settimana prima di un esame, quando le mie amiche sapevano che non mi avrebbero vista finché non lo avessi passato.

Oggi, alla stessa domanda, rispondo in modo totalmente diverso. Come voglio che sia la mia vita? Vorrei riuscire a trovare il giusto compromesso tra il lavoro e la famiglia. Vorrei riuscire a trovare un mio spazio nel mondo del lavoro, senza che ciò comporti una rinuncia a crescere mia figlia. Ma è dura, quasi impossibile per chi si introduce adesso nel panorama lavorativo. L’inizio richiede sacrifici, per potersi affermare devi essere disposto a grosse rinunce, soprattutto nel settore in cui vorrei lavorare io. Sono disposta?

Mi rendo conto del perché quasi tutte le mamme che ho incontrato in questo periodo di inserimento al nido avessero almeno 10 anni in più di me. Hanno atteso, hanno pianificato le loro mosse e le hanno compiute al momento giusto.  Solo un’incosciente potrebbe decidere di far nascere una nuova vita, quando la sua è ancora così incasinata. Ma a volte vieni travolto da eventi imprevedibili, i tuoi piani vengono stravolti e non puoi fare altro che convincerti che, prima o poi, riuscirai a dare ordine a tutto ciò che hai lasciato in sospeso.

Purtroppo la realtà è molto più stronza dell’immaginazione e nessuno sarà più clemente con te perché a casa hai una bambina che ti aspetta. E allora come tutti gli altri, se vuoi raggiungere quell’obiettivo, devi sacrificarti. Molte ore in studio con un rimborso spese con cui a mala pena riuscirai a coprire mezza retta del nido. Per che cosa poi? Per sentirsi chiamare più volte “avvocato” che “mamma” durante la giornata?

Ho paura di svegliarmi a cinquant’anni, guardarmi indietro e chiedermi chi abbia insegnato a mia figlia a andare in bicicletta, chi c’era con lei quando si è sbucciata per la prima volta le ginocchia, chi l’ha consolata dopo la sua prima delusione d’amore. Voglio che la risposta a queste domande sia “io, sono stata io”, perché questo è il compito di chi mette al mondo un bambino: accompagnarlo nel suo percorso, allontanandosi, osservandolo sempre più da lontano, senza, però, mai perderlo di vista. Io ho paura di questo, di perderla di vista.

Da piccola, mi ricordo, quando iniziava la scuola tutti avevano quaderni e matite etichettate con il loro nome, la calligrafia era di un adulto. Mia madre possedeva un ristorante e mio padre lavorava in banca. Il tempo per dedicarsi a questi dettagli spesso mancava e io mi ritrovavo a storpiare la mia calligrafia perché sembrasse quella di mia madre, perché gli altri bambini non si accorgessero che io provvedevo da sola a queste cose. Lo so, è un’enorme cazzata di fronte ai traumi che affrontano altri bambini. Ma questi eventi mi sono rimasti impressi nella mente in modo indelebile. Certo sono serviti a rendermi indipendente, autonoma e responsabile, ma ho sempre sentito la mancanza di un genitore che mi stesse appiccicato al culo. Sia chiaro, non mi è mai mancato nulla e sono sempre stata affiancata da una signora che mi aiutava con i compiti nonostante non ne avessi alcun bisogno, perché i miei genitori volevano avere l’assoluta certezza che io non sgarrassi di una virgola. Ma i compiti con mia madre non li ho mai fatti.

Forse è questo che mi terrorizza: l’idea di impegnarmi in un’attività che sottragga così tanto tempo alla mia vita famigliare, un mestiere di quelli che ti coinvolge completamente, impadronendosi di tutte le tue energie e la tua concentrazione. Aprire i quaderni di Mia dopo anni e accorgermi che anche lei cercava di imitare la mia scrittura.

*”Bando alle presentazioni”

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Mamme social.

Oggi voglio condividere con voi la mia personale classificazione delle diverse tipologie di mamme che si possono incontrare sul web. Mi riferisco, in particolare, alle mamme di Instagram. Ce ne sono di tutti i tipi, quindi questa suddivisione è solo a scopo esemplificativo, non preoccupatevi se scoprite di rientrare in quasi tutte le categorie. Piuttosto, inizino a preoccuparsi gli altri!

  1. LA TUTTOLOGA. Questa è la categoria che più mi infastidisce. E’ composta essenzialmente da mamme che hanno il dono di essere onniscienti, o meglio, credono di possedere tale dono. Pubblichi la foto di ciò che mangia tuo figlio, loro diventano nutrizioniste. Posti l’immagine del tuo bambino che gioca con qualcosa di non adatto alla sua età, in un attimo si trasformano in pedagogiste. Ma non ci fanno mancare proprio nulla, basta un post di un bimbo con una faccia dubbiosa che si ergono a psicologhe infantili partendo con una psicoanalisi non richiesta sul perché, a loro avviso, il bambino nell’immagine affronti una situazione di incertezza. Quelle più esperte tendono anche a darti qualche consiglio, sempre non richiesto, sull’abbigliamento che dovresti scegliere per i tuoi figli, vuoi che non siano anche stiliste? Ma non temere, se tuo figlio dovesse stare poco bene saranno pronte a fare la loro diagnosi cui seguirà la prescrizione di una serie di prodotti che loro usano da una vita, nonostante il figlio abbia 5 giorni, e bye bye file dal pediatra.
  2. LA STRATOFIGA. La mamma stratofiga è quella che posta immagini che ti spingono a chiederti se davvero da quel corpo sia uscito un bambino. Di solito nelle foto della sala parto sono più fighe di quanto lo fossi tu il giorno del tuo matrimonio e pochi giorni dopo il parto pesano meno di quanto pesassi tu a 12 anni. Vi sconsiglio di seguire mamme appartenenti a questa categoria, potrebbero influire negativamente sulla vostra autostima e spingervi all’autolesionismo.
  3. LA MAMMA SINGLE. Su questa categoria non voglio ironizzare, anzi voglio inchinarmi alla loro immensa capacità organizzativa e la loro forza, soprattutto nei casi in sui il “padre” del bambino sia totalmente assente. Il più delle volte sono madri lavoratrici e, spesso, non hanno neanche l’appoggio della famiglia di origine. Bè di fronte ai loro profili mi rendo spesso conto di quanto le mie lamentele siano inappropriate e di quanto certi uomini non siano neanche degni di essere definiti tali.
  4. LA TRASANDATA. Alcune mamme pensano che la loro condizione di genitore le renda immuni dalla necessità di lavarsi e darsi una sistemata ogni tanto. Le foto delle appartenenti a questa categoria sono molto rare, solo occasionalmente si mostrano al pubblico, talvolta per errore. Il più delle volte riusciamo a intravedere, sullo sfondo, solo alcune parti del loro corpo, quali ascelle non depilate, unghie dei piedi con smalto scrostato in più punti o ciocche di capelli unti.
  5. MAMMA DI GEMELLI. Anche in questo caso, come per le mamme single, non posso che esprimere tutta la mia stima per chi riesce a sopravvivere a più di un neonato contemporaneamente. Spesso cerco di immaginarmi la loro vita con due, a volte addirittura tre, nani per casa, ma credo che sia necessario vivere l’esperienza in prima persona per comprenderla a pieno. Quando parlo con alcune di loro mi sembrano addirittura serene e rilassate e mi spiegano che è tutta questione di organizzazione. Eppure io continuo a chiedermi come facciano a non sbroccare quando riescono a farne addormentare uno e si sveglia l’altro che urlando sveglia il primo, innescando una reazione a catena che raggiunge anche il cane e lo spinge a abbaiare come un forsennato.
  6. LE PERFETTE. Queste madri sono le più abili nel gestire al meglio figli, coppia, casa, lavoro, amici, animali domestici, e hobbies. Al mattino postano la foto della loro casa, inducendoti a credere che si tratti di un catalogo Ikea, di una di quelle case in cui in realtà non ci vive nessuno, allestite solo per scattare una foto. Spesso riesco addirittura a sentire l’odore di mastro lindo proveniente dai loro pavimenti superlucidi. Si passa, poi, a un selfie in cui appaiono con capelli in piega, unghie smaltate, outfit da urlo e neanche l’ombra di un’occhiaia. Stanno per andare a lavoro dopo aver portato giù il cane/dato da mangiare alla tartaruga/pulito la lettiera del gatto. A pranzo non può mancare la foto di rito delle pietanze che mangeranno. Di solito anche il loro cibo è bello. Il piatto ti farà ingrassare solo a guardarlo, ma loro no, loro non ingrassano. Tornando dal lavoro vanno in palestra, nonostante non ne abbiano alcun bisogno. Tu, invece, sei sul divano a mangiare pringles mentre i sensi di colpa ti divorano. Una volta a casa cucinano una scarica di pietanze differenti utilizzando ingredienti di cui, probabilmente, non hai neanche mai sentito il nome perché il piatto più complesso che tu abbia mai fatto è stata la carbonara e quando l’hai fatta hai mandato la foto a tutti i tuoi famigliari definendoti la futura vincitrice di masterchef. Dopo cena c’è lo scatto di famiglia, quello della buona notte, così ti togli ogni dubbio, rendendoti conto che ha il pigiama coordinato a differenza tua che hai i pantaloni rossi con disegnati i fiocchi di neve e sopra la maglietta con le palme e  la scritta “i love summer”.

E tu, A quale categoria appartieni?

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Laurea con nana!

In questo post voglio raccontarvi di come sia riuscita a laurearmi a cinque mesi dalla nascita della mia bambina. Lasciate che me la meni un po’, partendo da una delle poche imprese che sia riuscita a portare a termine brillantemente, verrà il tempo per parlarvi delle infinite cacate* che hanno segnato il mio percorso!

Il giorno che ho scoperto che la nana alloggiava dentro me, il primo pensiero è stato “addio università”, ho pianto e mi sono disperata perchè sapevo che mai sarei riuscita a rinunciare alla gravidanza, mai avrei messo i miei obiettivi professionali davanti a una vita che stava prendendo forma, ma non riuscivo a essere serena. Considerate che nella classifica dei più pessimisti della storia, io vengo subito dopo Leopardi. Non c’è da stupirsi che alla vista del test di gravidanza le prime parole che sono riuscita a pronunciare tra un singhiozzo e l’altro sono state “come cazzo faccio a finire l’università?”. La stessa domanda mi è poi stata riproposta da ogni parente al quale confessassi di essere incinta, giusto per mantenere stabile il mio livello di ansia!

Nei giorni immediatamente successivi ho riflettuto e dato tempo al mio cervello di elaborare la notizia. Dopodichè ho redatto un piano di battaglia, con la consapevolezza che se non l’avessi rispettato, avrei dovuto dare ancora esami dopo la nascita di Mia. All’epoca non sapevo realmente cosa mi aspettasse, ma mi era chiaro che studiare con una neonatina alle calcagna sarebbe stato pressochè impossibile.
Gli esami erano tre e gli appelli anche, non erano ammessi errori!
Tra una visita, un’ecografia e un esame delle urine sono riuscita nel mio intento e a febbraio l’ultimo voto è stato scritto sul libretto.

Gli studenti, solitamente, iniziano la redazione della tesi nel periodo in cui stanno dando gli ultimi esami, io non me la sono sentita di sovraccaricarmi a tal punto, quindi dovevo ancora partire da zero. La mia speranza era di riuscire a laurearmi con il pancione, così da potermi godere a pieno i primi giorni di vita di Mia.

Purtroppo la mia bambina ha deciso di nascere con cinque settimane di anticipo, stravolgendo tutti i miei piani. Non ci crederete ma la prima persona a cui ho scritto non appena uscita dalla sala parto, è stata la mia correlatrice, per avvisarla che mi sarei presa un mese di pausa prima di ricominciare a lavorare sulla tesi. Un breve periodo di maternità me lo sono meritato anche io!

Quando Mia ha compiuto un mese, ogni volta che terminavo la routine di tirarmi il latte, darglielo, sterilizzare il tutto e farla riaddormentare, mi rimanevano circa 45 minuti di libertà, durante i quali espletare le mie funzioni vitali e mettermi al lavoro.

Cercavo di far quadrare sempre tutto e di non scrivere mai quando lei era sveglia perché la pediatra, che ahimè è anche psicoterapeuta e impicciona, mi aveva tirato un megapippone su quanto fossi una madre pessima a voler continuare a lavorare sulla tesi nonostante la nascita della bambina, inculcandomi una miriade di sensi di colpa. Non mi sono fatta mancare niente: sopravvivi ai primi mesi da neomamma, scrivi la tesi e sentiti una merda perché lo stai facendo. Non so neanche io come abbia fatto a non dare di matto, ma ce l’ho fatta e sono convinta che gran parte del mio successo in questo percorso lo debba proprio alla nana che con il solo fatto di essere al mondo mi ha spinta a dare il meglio di me e non mollare.

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Il 14 ottobre 2014, cinque mesi abbondanti dopo la nascita di Mia, è arrivato il giorno tanto atteso. In realtà ho appurato che avere partorito prima di laurearmi ha influito molto sul carico emotivo da gestire: quando metti al mondo un bambino provi una scarica di emozioni tale da farti sembrare ogni altro evento una passeggiata di salute, per cui tutta l’eccitazione che pensavo che avrei provato, non si è manifestata. Non so se questo possa considerarsi un effetto positivo o meno, ma così è stato e mi sono ritrovata a essere di gran lunga meno agitata del previsto.

Non nego di essere stata infinitamente felice e orgogliosa di me stessa, ma, a mio avviso, dopo aver incrociato lo sguardo di tuo figlio per la prima volta, ti rendi conto che la felicità, vera e assoluta, è quella. Nulla sarà più in grado di farti sentire così. Sei destinato a metterne al mondo un altro se vuoi di nuovo essere travolto da quel tir di sensazioni straordinarie e indescrivibili!

Un’altra triste verità è venuta a galla quel giorno: non sono stata in grado di ubriacarmi e ridurmi una merda come da anni sognavo di fare una volta libera dal peso della discussione della tesi. Inevitabile conseguenza del diventare madre è stata l’acquisizione di una coscienza e un senso di responsabilità davvero eccessivi per i miei gusti.

Bene, questo è quanto. Mi sono fatta in quattro per laurearmi il prima possibile così da essere in pole position tra i disoccupati e accorciare la distanza tra me e il milione di colloqui in cui, quando dici di essere mamma, ti guardano come se stessi già chiedendo loro permessi per andare a prenderla all’asilo quando sta male. Ma questa è un’altra storia, talmente triste che non merita nemmeno di essere raccontata.

*Vedi post precedente.

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Bando alle presentazioni!


Ho creato un blog perché la sera, prima di andare a dormire, mi vengono in mente un sacco di idee geniali , racconti esilaranti e storie avvincenti che vorrei condividere col resto dell’umanità perché rimanga traccia indelebile del patrimonio inestimabile che essi rappresentano.

Purtroppo durante il sonno mi dimentico ogni cosa, quando non dimentico al mattino rivaluto il tutto e mi rendo conto che in realtà si trattava di enormi cacate*.

Non mi resta, quindi, che parlarvi della quotidianità e di quelli che sono i temi che maggiormente mi coinvolgono durante i vari periodi della mia vita. Preparatevi a vedermi appassionata per un paio di giorni di una qualsiasi cosa che poi mi dimenticherò per sempre, e, quando mi riproporrete l’argomento, negherò di essermene mai interessata e dirò di non averne mai sentito parlare.

Non voglio aprire con un post in cui mi presento, descrivo in dieci parole la mia esistenza e vi invito a tornare a leggermi. Questo non perché voglia fare l’anticonformista a tutti i costi, semplicemente perché non ho quasi niente di interessante da raccontarvi su di me. Sono una ragazza come tutte le altre, di quelle che incontrate in fila davanti a voi al supermercato, forse un po’ più fastidiosa, dato che il più delle volte creo code chilometriche per discutere sul perché una promozione non mi sia stata applicata o perché il prezzo di un prodotto non corrisponda a quello esposto. Loris, il mio fidanzato, in questi casi si vergogna come un ladro e inizia a borbottarmi parole incomprensibili nell’orecchio, le uniche che riesco sempre a distinguere chiaramente sono “te lo do io l’euro, basta che la smetti!”.

Per quanto riguarda l’aspetto grafico del blog vi chiedo di sopportare questo scempio ancora per poco, quando rientrerà Loris dal lavoro, inorridirà innanzi ai miei tentativi di renderlo presentabile e, mosso da pietà, mi offrirà la sua collaborazione, credo. Questo non prima di avermi sfottuto e deriso descrivendo questa mia nuova attività ludica come l’ennesima cacata*.

Insomma, credo di avere disincentivato abbastanza la lettura e dato prova reale che una presentazione sarebbe stata del tutto inutile.

Un saluto particolare a chi sarà il mio lettore n.1, grazie per la fiducia!

*Termine che troverete più volte utilizzato nei miei testi con una moltitudine di significati diversi. Se non gradite la volgarità vi invito a frequentare il blog di sweetasacandy che, come dice il nome stesso, è molto più dolce, elegante e raffinata di me!