Pensieri confusi.

Sono un po’ di giorni che voglio scrivere questo post. Ma poi penso di essere troppo confusa dagli eventi in questo momento e che questa condizione potrebbe influenzarne il contenuto. Ma io sono anche questo: pensieri irrazionali, dettati da momenti di incertezza e insicurezza. Quindi non vi aspettate niente di avvincente o divertente, si tratta di una serie di riflessioni che sono costretta a fare, per riuscire a compiere la scelta giusta, o quantomeno provarci!

Nel mio post di apertura*, dicevo che avrei parlato di cose che poi mi sarei dimenticata, di argomenti che avrei negato di aver preso in considerazione. Questo è uno di quelli: probabilmente tra un paio di giorni, a mente lucida, avrò cambiato totalmente idea e smentirò l’intero contenuto di questo testo.

Quando ho incrociato lo sguardo di mia figlia per la prima volta, ho capito che non sarei mai più stata libera. Non lo dico con l’accezione negativa che una frase del genere potrebbe avere, mi riferisco, più che altro, al vincolo indissolubile che si viene a creare dal momento in cui diventi madre. Un legame che investirà la tua esistenza, modificandola e modificandoti. Un vincolo che ti obbliga a affrontare la quotidianità con una parte di te che vaga per il mondo.

Mettiamo al mondo figli, che poi dobbiamo lasciare andare.

Loro vanno, inconsapevoli di portare con sé una parte di te. A te, invece, è talmente evidente da sentirti mancare, proprio quella parte. Vorresti tornare indietro a prendertela, portarla via con te, e sentirti per sempre completa. Non puoi, non devi. Non dovresti nemmeno volerlo, eppure lo vuoi.

Proprio tu, un tempo così forte e razionale. Ti ritrovi a scoprirti di nuovo, a conoscerti e chiederti dove sia finita la vecchia te. Non c’è più. La cerchi, ti appelli a lei. Non c’è, in sala parto ti ha definitivamente lasciata dopo aver preparato le valigie per nove mesi.

Se due anni fa mi aveste chiesto come mi vedessi in futuro, la mia risposta sarebbe stata immediata: sarò una donna realizzata dal punto di vista professionale, investirò tutte le mie energie per raggiungere questo obiettivo. Proprio come ho fatto durante gli studi, quando andavo a letto a mezza notte e mi svegliavo alle cinque per ripassare, quando dicevo a Loris di starmi lontano la settimana prima di un esame, quando le mie amiche sapevano che non mi avrebbero vista finché non lo avessi passato.

Oggi, alla stessa domanda, rispondo in modo totalmente diverso. Come voglio che sia la mia vita? Vorrei riuscire a trovare il giusto compromesso tra il lavoro e la famiglia. Vorrei riuscire a trovare un mio spazio nel mondo del lavoro, senza che ciò comporti una rinuncia a crescere mia figlia. Ma è dura, quasi impossibile per chi si introduce adesso nel panorama lavorativo. L’inizio richiede sacrifici, per potersi affermare devi essere disposto a grosse rinunce, soprattutto nel settore in cui vorrei lavorare io. Sono disposta?

Mi rendo conto del perché quasi tutte le mamme che ho incontrato in questo periodo di inserimento al nido avessero almeno 10 anni in più di me. Hanno atteso, hanno pianificato le loro mosse e le hanno compiute al momento giusto.  Solo un’incosciente potrebbe decidere di far nascere una nuova vita, quando la sua è ancora così incasinata. Ma a volte vieni travolto da eventi imprevedibili, i tuoi piani vengono stravolti e non puoi fare altro che convincerti che, prima o poi, riuscirai a dare ordine a tutto ciò che hai lasciato in sospeso.

Purtroppo la realtà è molto più stronza dell’immaginazione e nessuno sarà più clemente con te perché a casa hai una bambina che ti aspetta. E allora come tutti gli altri, se vuoi raggiungere quell’obiettivo, devi sacrificarti. Molte ore in studio con un rimborso spese con cui a mala pena riuscirai a coprire mezza retta del nido. Per che cosa poi? Per sentirsi chiamare più volte “avvocato” che “mamma” durante la giornata?

Ho paura di svegliarmi a cinquant’anni, guardarmi indietro e chiedermi chi abbia insegnato a mia figlia a andare in bicicletta, chi c’era con lei quando si è sbucciata per la prima volta le ginocchia, chi l’ha consolata dopo la sua prima delusione d’amore. Voglio che la risposta a queste domande sia “io, sono stata io”, perché questo è il compito di chi mette al mondo un bambino: accompagnarlo nel suo percorso, allontanandosi, osservandolo sempre più da lontano, senza, però, mai perderlo di vista. Io ho paura di questo, di perderla di vista.

Da piccola, mi ricordo, quando iniziava la scuola tutti avevano quaderni e matite etichettate con il loro nome, la calligrafia era di un adulto. Mia madre possedeva un ristorante e mio padre lavorava in banca. Il tempo per dedicarsi a questi dettagli spesso mancava e io mi ritrovavo a storpiare la mia calligrafia perché sembrasse quella di mia madre, perché gli altri bambini non si accorgessero che io provvedevo da sola a queste cose. Lo so, è un’enorme cazzata di fronte ai traumi che affrontano altri bambini. Ma questi eventi mi sono rimasti impressi nella mente in modo indelebile. Certo sono serviti a rendermi indipendente, autonoma e responsabile, ma ho sempre sentito la mancanza di un genitore che mi stesse appiccicato al culo. Sia chiaro, non mi è mai mancato nulla e sono sempre stata affiancata da una signora che mi aiutava con i compiti nonostante non ne avessi alcun bisogno, perché i miei genitori volevano avere l’assoluta certezza che io non sgarrassi di una virgola. Ma i compiti con mia madre non li ho mai fatti.

Forse è questo che mi terrorizza: l’idea di impegnarmi in un’attività che sottragga così tanto tempo alla mia vita famigliare, un mestiere di quelli che ti coinvolge completamente, impadronendosi di tutte le tue energie e la tua concentrazione. Aprire i quaderni di Mia dopo anni e accorgermi che anche lei cercava di imitare la mia scrittura.

*”Bando alle presentazioni”

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15 thoughts on “Pensieri confusi.

  1. Come ti capisco! Anche io sono figlia di genitori che per lavoro non hanno potuto dedicarmi tutto il tempo che avrei voluto, pur di non “farmi mancare niente”, anche se poi comunque qualcosa è mancato. E anche io ora sono mamma e rifletto sul mio lavoro (sono assistente sociale e mio marito avvocato) e voglio evitare di perdermi momenti essenziali della vita del mio bimbo…quelle etichette le voglio scrivere io per lui!

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  2. Ciao Eleonora! !che bellissimo post…mi rivedo molto in quello che hai scritto…la mia piccola ha iniziato da due settimane il primo anno di materna…e adesso mi sembra sempre che mi manchi un pezzo. Anche io come te ora sono alla ricerca di un lavoro che non tolga troppo tempo alla mia bimba e alla famiglia. Ma è davvero difficile… non voglio che mia figlia cresca come sono cresciuta io con la nonna…anche se non mi è mai mancato nulla anzi…però mia madre è morta che avevo diciasette anni e alla fine queste mancanze mi sono pesate…però questa perdita mi ha insegnato una cosa importante… non rinunciare mai a ciò che si vuole…e io voglio stare il più possibile con mia figlia. …perché un giorno dovrò lasciarla a dare nel mondo…

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  3. Complimenti per quello che hai scritto!!! Sei davvero brava! Hai trovato tutte le parole giuste per scrivere quello che penso anch’io, e mi hai commosso perché mi ritrovo nella tua stessa situazione.

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  4. Complimenti per il bellissimo post. Ti parlo da quasi coetanea (1 o 2 anni più giovane), non ancora mamma. Io a differenza tua ho avuto una mamma molto presente. Troppo presente. Non imitavo la sua scrittura, ma non tenevo un diario segreto per il timore, fondato, che lei lo leggesse. Non preparavo lo zaino perché me lo preparava lei. Lei c’era per tutto, anche quando non avrebbe dovuto. Risultato? Io non mi sono mai confidata con lei, ad esempio, per sfuggire alla sua morsa asfissiante. Tutto questo per dire che bisogna fare attenzione a non passare da un estremo all’altro.
    Ps. Ti seguo anche su instagram e adoro la vostra famiglia piena d’amore. Ma ti vorrei chiedere come mai hai deciso di rendere pubblica la vita di tua figlia. Un abbraccio. Didi

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    • Ciao! Grazie! Si, bisognerebbe trovare il giusto equilibrio per non incorrere in un errore o nell’altro. Ma a volte è davvero difficile. Per quanto riguarda l’ultima domanda, in realtà ciò che è pubblica è la vita di una qualsiasi bambina, di lei si sa data di nascita e nome. Non ho mai scritto dove abito nè il mio o il suo cognome. Le informazioni personali e sensibili non trapelano mai. Appare solo ciò che chiunque, anche solo incontrandomi al supermercato, al mare o nelle varie occasioni in cui la fotografo, vedrebbe. Se permetto che il mondo la veda dal vivo, come non permettere che la veda in fotografia, che differenza fa? Per me nessuna! Uso instagram come una sorta di blog, con la sola differenza che invece di raccontare a parole le mie esperienze e le sue, le racconto con delle immagini. Per me non fa nessuna differenza. Ma capisco anche chi la pensa diversamente.

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  5. Te lo devo riconoscere hai proprio una bella dialettica per esprimerti, io non sono brava come te a scrivere (mi scuso da sola convincendomi che non ho la perfetta padronanza della lingua italiana ma è sola una magra scusa!) Ti voglio comunque dire che rientrando nella categoria “mamme di gemelli” (con nana di 4 anni all’epoca) mi sono spesso chiesto se avrei continuato a lavorare! Quando sono barcata a Milano a solo 20 anni, ero sola : avevo lasciato a più di 1000 km pareti, amici, conoscenti, tutti. L’amore del marito, l’affetto della famiglia italiana non colmavano la nostalgia e il vuoto che avevo dentro. Il mio obiettivo era di costruire qualcosa con le mie forze, la mia personalità le mie competenze e solo il lavoro me l’avrebbe potuto permettere. E così è avvenuto. Col tempo I figli sono arrivati e mi hanno ovviamente messo in crisi ma mi sono autoconvinta che un giorno sarei di nuovo stata sola, forse più di prima perché mi avrebbero lasciata le persone che più amo al mondo. Così ho deciso di proseguire la mia attività che mi ha dato tante soddisfazioni ma ho cercato di sfruttare tutti i momenti liberi per stare vicino ai miei figli e non farli mancare il mio amore. 24 ore sono poche per una mamma lavoratrice , che oltretutto segue anche l’attività del coniuge, ma sfruttavo l’intervallo per fare i riassunti dei promessi Sposi o le schede di geografia e storia, così alla sera facevo la maestra a casa, come responsabile di classe venivo aggiornata in tempo reale sull’andamento scolastico (nel bene e nel male !) E’ ovvio che ti perderai momenti di esclusività ma farai sempre di tutto per essere li quando avranno bisogno di te perché comunque il tuo obiettivo principale sarà di aiutarli, oggi, domani, sempre, finché avrai vita. Oggi sono anche triste perché l’ultimo mi sta abbandonando pure lui (forse a 25 anni è anche normale ?) Ma non sarò a casa domani a guardare le stanze vuote : vado a lavorare.

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    • Grazie! Direi che anche lei, per non essere nata in Italia, se la cava benissimo, meglio di molti nati qui!!!La questione però non è lavorare o meno, so che impazzirei a stare a casa con lei per sempre, nonostante il distacco sia duro. Vorrei solo fare la scelta giusta per tutti, me, lei e loris; quella che mi permetta di non togliere troppo tempo a loro. Quindi mi chiedo se sia giusto continuare a inseguire il mio sogno oppure ripiegare su qualcosa di meno impegnativo della libera professione.

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  6. Ciao! mi paleso qui ora dopo aver scoperto il tuo blog vagando su IG ieri sera..e mi sono ripromessa di commentare questo post al più presto! Ti capisco perfettamente, io anche ero la classica che tra un aperitivo e una serata incastravo sessioni di studio hard core per non scazzare mai nemmeno un esame. Mi sono laureata, sono partita per l’estero e mi apprestavo a tornare carica di esperienze e convinta di spaccare il mondo…salvo una voglia di maternità che ha portato ben presto ad un test di gravidanza positivo, ma del resto a me le cose non piace programmarle, e ho seguito l’istinto in primis. “Tanto uno la carriera la può fare lo stesso, ci sono gli asili e i nonni”, pensavo. Poi ti arriva quel fagottino tra le braccia…e come fai a lasciarlo?! Ma i sogni di carriera, allo stesso tempo, dove li metto?! E sai che ti dico, non siamo noi a doverci adattare alla nostra carriera, ma la carriera ad adattarsi a noi, a quello che siamo diventate. E se prima sognavo di lavorare con un pc e una valigia sempre in mano, ora non lo potrei fare più, non me la sentirei. Ora svolgo lavori da freelance nella mia città, usando semplicemente le mie competenze in una maniera diversa da quella che avevo pensato, e organizzando il tutto con le mie esigenze “di mamma”…sei una tipa in gamba, per quello che posso vedere, mi piacciono la tua grinta e la tua positività, e saprai far fruttare il tuo bagaglio al meglio…non sempre si tratta di scegliere tra A o B, quando con un po’ di fantasia si arriva alla C! In bocca al lupo! Eleonora

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    • Tutto quello che scrivi corrisponde a ciò che penso io. Peccato che il mondo del lavoro italiano non sia ancora pronto a essere così rispettoso dei diritti delle mamme lavoratrici… O, in alternativa, spero di trovare la mia “c”!!!

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  7. Stessa situazione! Ho perso mio padre cinque anni fa, il mio mondo é crollato, la mia mente é andata in tilt,ho rallentato con lo studio ad una manciata di esami dalla specializzazione e alla fine mi sono buttata nel mondo del lavoro, perché volevo tenere il cervello impegnato e non farmi trasportare dai pensieri più neri. Risultato? Nel frattempo ho conosciuto l’uomo della mia vita, siamo andati a convivere, ci siamo sposati e abbiamo avuto un bambino! Professionalmente però, non sono ancora pienamente soddisfatta o realizzata, ho il futuro parecchio incasinato e nonostante tutto ho scelto di avere un figlio. Penso sia la scelta più brillante che abbia mai fatto. Grazie a Brando, ho deciso di tornare sui libri, fare la tesi e prendermi questa benedetta specializzazione…poi ho tutta una serie di altri progetti che vorrei realizzare e so che, se non fosse per il mio bimbo, tutto questo coraggio e grinta non li avrei. I figli ci danno una marcia in più, essere mamma ci rende migliori e più forti, anche se spesso non ce ne rendiamo conto! E poi scusa..siamo o non siamo le bimbe minchia degli anni ’80?!😂Tutte quelle puntate di “Lady Oscar” e “Occhi di Gatto” ci avranno pur insegnato qualcosa, no?!? Siamo ragazze in gambissime, molto sveglie e acutissime!!!!!! Ergo: ce la faremo! Fanculo la crisi!!!!

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    • Grande piccolo Brando che hai spronato la mamma a concludere! Eccome se ci danno una marcia in più, anche perchè dopo aver partorito tutto il resto è una passeggiata di salute! Il problema è che questo plus non viene riconosciuto nel mondo del lavoro, dove avere un figlio rappresenta solo un ostacolo!

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