Amore criminale.

Il lunedì appuntamento fisso su rai uno, per guardare “amore criminale”. Programma che ricostruisce le vicende relative a rapporti di amore malati, compromessi dalla violenza di uno dei componenti della coppia. Inutile specificare che ad oggi il soggetto violento dei vari racconti è sempre stato quello maschile.

E’ strano come alcuni reati siano commessi prevalentemente da uomini. Il più delle volte si tratta dei crimini più disdicevoli, quelli che coinvolgono donne o bambini. Raramente assistiamo a donne stalker che giungono fino al punto estremo di uccidere il proprio compagno, molto più frequente è la situazione inversa.

Trovo che ci sia una volontaria contraddizione nel titolo di questa docu-fiction, una sorta di ossimoro. Come possono due termini così in contrasto stare l’uno al fianco dell’altro? L’amore se è tale non può essere criminale. Chi ferisce o uccide in nome dell’amore, non ama e non ha mai amato. Sarà banalità, ma quante volte la trasmissione si chiude con l’assassino che continua a dichiarare il suo amore. Troppe.

Cosa mi spinga a guardare un programma che non fa altro che spingere a galla ricordi sotterrati da anni, non riesco proprio a capirlo. Forse un po’ di masochismo, forse la voglia di capire, di rielaborare e ricordarmi che alla fine ce l’ho fatta. Che sono qui, che non ho più paura, che mi sono ripresa la mia vita, impedendo a chi voleva distruggermela, in nome di un amore mai esistito, di averla vinta.

Si, perché ce la si può fare. Ci si può liberare non soltanto fisicamente, quello è il passo più facile da compiere. Ma, vi assicuro, si riesce a rendere libera anche la mente, a scacciare ogni timore e tornare fuori a testa alta: si ricomincia a prendere i mezzi pubblici e si riprende a uscire da sole, si può nuovamente rispondere al telefono perché alla fine il tuo nuovo numero non è riuscito a averlo, non si ha più la tachicardia al suono del citofono.

Si può, ma è dura. Si può, ma ci si deve muovere per tempo, si deve riconoscere chi si ha davanti prima che sia troppo tardi. Si può, ma si ha bisogno di un grande supporto. Da soli non si riesce. Da soli è impossibile.

Certo, si rimane segnati per l’eternità, non si torna più a essere quella di prima. Ma forse è un bene, un po’ di diffidenza, gli eventi insegnano, non fa mai male. Non concedere tutta se stessa mai più, mai a nessuno, perché si rischia di essere costretta ad andare a recuperare, in giro per il mondo, pezzi di te, dispensati troppo frivolamente, per tornare a essere completa.

Ma si può. Si può tornare a dormire tutta la notte anche se occasionalmente gli incubi ti faranno svegliare di soprassalto, ricordandoti, tuttavia, che ce l’hai fatta. Che di tutto ciò è rimasto solo un risveglio traumatico, ma un risveglio, che ti conferma che hai lottato e hai vinto.

Si può tornare a fare passeggiate da sole, i primi tempi immaginerai che spunti da dietro l’angolo o da dentro un bar, che ti tagli la strada in macchina o ti segua sul tram. Ma poi ti dimenticherai di tutto ciò e inizierai a scordarti di abbassare la sicura dell’auto, di guardarti le spalle e controllare ogni volto per essere certa di non scorgere il suo. Ricomincerai a camminare guardando il mondo intorno a te, la testa non sarà più china per nascondersi, vorrai mostrarti, mostrarti felice.

Il primo passo è il più duro. Il primo passo è ammettere a sé stesse di essere innamorate ma di non essere corrisposte. Perché è così, un uomo che usa forza e violenza su una donna, sulla sua donna, non ama. E’ dura perché questi rapporti portano gradualmente all’isolamento, si allontanano amici e parenti. Un po’ per tutelarli, un po’ per tutelarsi, evitando di dare adito a discussioni inutili che facilmente potrebbero degenerare. Si deve accettare di rimanere soli, o quasi. E, soprattutto, si deve accettare di dare inizio a un percorso di disinnamoramento. Una lotta contro sé stessi, il cuore che fa a pugni con il cervello, la voglia di credere ancora una volta che le cose possano cambiare e che tutto possa andare per il verso giusto. La realtà che è ben diversa dalla tua immaginazione. La realtà che lo vede appostato sotto casa tua per il solo gusto di spaventarti prima che la tua giornata abbia inizio, e ti ricorda che quello non può essere amore.

Presa questa decisione ha inizio il tutto. Gli uomini violenti sono uomini possessivi. E’ chiaro, non accettano la tua decisione di allontanarti, non senza prima essere sicuri di averti distrutta, non senza prima averti vista pian piano affondare, senza più le forze per rimanere a galla. Io ho avuto il mio salvagente, ce l’ho avuto, però, perché ho trovato il coraggio di chiedere aiuto. Ho avuto mio padre che aspettava di vedermi entrare in università prima di andare a lavoro, ho avuto mia madre che mi vietava di uscire da sola la sera nonostante avessi più di 19 anni, ho avuto la mia amica Alice che ha passato più di un anno chiusa in casa con me a tenermi compagnia quando uscire era troppo pericoloso.

Ogni puntata, mi rendo conto che è proprio questo che ha condotto le donne dei racconti alla morte: per paura o per vergogna non si sono appoggiate a nessuno, non hanno parlato, non hanno raccontato cosa ci fosse dietro al volto sorridente di un compagno che cerca di ammaliare tutti, di piacere ai tuoi parenti, di legare con i tuoi amici, per farti sentire ancor più sola, dimostrandoti che sei tu il problema, perché lui va d’accordo con tutti, sei tu che lo spingi a deviare dalla retta via, sei tu che lo obblighi a essere violento. Sei tu quella sbagliata.

Ti convinci che sia così, e non riesci a chiedere aiuto. Quella richiesta che ti potrebbe dare una seconda possibilità, una seconda esistenza, da conquistare, per la quale dovrai lottare, ma che sarà comunque la tua vita.

Scrivo di cose di cui raramente parlo, scrivo di cose che mi ricordo a malapena, che riaffiorano a sprazzi, scrivo di cose che mi fanno chiedere se realmente sia successo a me. Perché da anni lavoro su me stessa, da anni cerco di allontanare ciò che troppo difficile è da riaffrontare, soprattutto ora, con la consapevolezza che con gli anni ho acquisito. Scaccio questi pensieri perché oggi, forse, fanno più male di ieri. Rivedere me così piccola e indifesa, distrutta con facilità dalla crudeltà altrui. E’ come viverlo dall’esterno, assistere agli avvenimenti, ma non poter intervenire. E’ come se lì ci fosse un’altra persona, troppo giovane per trovarsi in quella situazione, una ragazzina che vorresti aiutare. Ma è troppo tardi. Ormai non ti resta che assistere, come semplice spettatrice.

Lo pubblico? Sono cose troppo personali? Mille dubbi mi hanno assillata prima di scrivere e pubblicare questo post, che ho in mente da tempo e che alla fine non è venuto come credevo, perché ho scritto di getto, lasciando che i pensieri mi guidassero. Pensieri che sono emersi disordinatamente, dopo essere stati schiacciati e repressi per anni.

Un testo che ha una vita propria perché è frutto di un’esplosione di ricordi, che oggi lasciano l’amaro in bocca ma anche una nota di orgoglio, per quella che sono stata, per come mi sono riappropriata di me stessa, per ciò che sono ora, dopo essere stata così vicina al non essere più.

Alla fine lo pubblico. Lo faccio perché in tutta questa storia non sono io a dovermi vergognare. Lo pubblico per dire a tutte che il vostro silenzio è la loro forza.

Parlate, raccontate, urlate quello che vi sta succedendo.

Solo così potete farcela.

Eleonora.

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8 thoughts on “Amore criminale.

    • Non mi risulta! Ce n’è una in braccio a me a 4 mesi che però è censurata. Spero davvero che tu ti sbagli, se ce ne sono altre segnalamele per favore, perchè davvero non credo di averlo fatto e se, così fosse, l’ho fatto involontariamente!

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  1. Ciao Eleonora. La scelta di condividere questa testimonianza è ammirevole. Guardo da anni il programma e nel tempo,puntata dopo puntata ho notato una cosa :protagoniste delle storie sono quasi sempre delle “donne senza voce”. La vittima è una donna che cerca di urlare a gran voce quello che sta vivendo,ma dalla cui bocca non esce nessuna richiesta di aiuto (spesso per vergogna,per paura che quella follia si riversi anche nei confronti dei suoi cari). Sono i racconti come questo però che possono squarciare il buio,l’isolamento in cui si chiude chi è vittima di queste violenze,di questi “giochi” psicologici che strumentalizzando il disagio della vittima la annientano. Questo racconto dimostra quanto sia importante rivolgersi alla famiglia prima,agli organi preposti poi. Si può uscire da questo tunnel e tu ne sei la prova,il tuo messaggio è speranza per chi ancora non è riuscito a liberarsi da “certe catene”.
    Buona giornata
    Silvia

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    • Grazie. Per fortuna c’era qualcuno pronto ad ascoltare le mie richieste di aiuto, le mie urla. Alcune di queste donne sono spesso sole, questi rapporti ti spingono molte volte all’isolamento, ad allontanare tutti, per tutelare e per tutelarti. A tal punto che quando si trova il coraggio di parlare, non c’è più nessuno ad ascoltare. Per questo dico che è importante riconoscere in tempo chi si ha davanti.

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  2. Hai scritto benissimo raccontando una esperienza dura e annientante (mi spiace moltissimo per te ) e hai trasmesso con le parole giuste un messaggio di aiuto e speranza per chi vive ancora queste situazioni. Da sole non ce la si può fare , occorre sicuramente un appoggio , ma alle donne deve essere chiarissimo che un uomo violento psicologicamente o materialmente non prova amore. Brava Eleonora.

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    • Grazie mille! Per fortuna è acqua passata e resta solo un brutto ricordo! Spero che tante altre trovino la forza di parlarne e trovino anche qualcuno disposto ad aiutarle e ascoltarle! A presto. Eleonora

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