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Week end per nani.

Trovandomi a fare il resoconto del nostro week end, mi sono resa conto, che, involontariamente, è stato completamente organizzato a misura di bambino. Ormai è un meccanismo automatico, quando dobbiamo scegliere come investire il nostro tempo insieme, cerchiamo sempre dei posti in cui sappiamo che la nana può divertirsi e sfogarsi, così da poter sperare di portarla a casa sfinita e che si addormenti in fretta. In realtà siamo diventati talmente esperti nella selezione che abbiamo trovato un sacco di soluzioni in grado di soddisfare sia noi che lei, senza dover incorrere in troppe rinunce.

Venerdì sera siamo andati a cena in un ristorante “family friendly”, di quelli dai quali mi tenevo a distanza di sicurezza fino a un paio d’anni fa: avete presente quei luoghi immensi e pieni di marmocchi urlanti? Ecco!

Il ristorante è dotato di un’area giochi, di cui si occupano due ragazze. I bambini più grandi vengono catapultati dentro all’arrivo, tirati fuori per mangiare un paio di fette di pizza e rilanciati all’interno finché non è ora di andare a casa. Purtroppo la mia bimba è ancora troppo piccola e troppo poco indipendente per poter godere del vantaggio di parcheggiarla a giocare e recuperarla a cena finita, quindi siamo stati con lei all’interno dell’area finché non è arrivata la pizza. Ma almeno abbiamo evitato il tanto temuto momento dell’attesa, durante il quale Mia si annoia e stizzisce dopo pochi secondi dall’ordinazione e noi dobbiamo inventarcene di ogni per impedirle di distruggere il locale e i nostri timpani. Siamo tornati a tavola quando le pizze erano già lì ad aspettarci. Per la nana abbiamo ordinato la “pizza coniglio”, una margherita che costa il doppio di quella classica per il solo fatto di avere due orecchie di pasta di pizza e due olive al posto degli occhi. L’ha mangiata quasi tutta, le abbiamo sottratto l’ultima fetta perchè sapevamo che avrebbe voluto il gelato. Ovviamente in un posto del genere non si sceglie tra i vari gusti a disposizione, ma tra le varie forme del contenitore, in sostanza puoi mangiarlo solo alla fragola, ma puoi decidere se trovarlo dentro a un ippopotamo, un pinguino, un gufo o altri animaletti.

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Sabato pomeriggio siamo andate al parco a conoscere i figli di due mie amiche d’adolescenza, con le quali non mi frequentavo da una decina d’anni o forse più. La nana dopo aver fatto il giro delle varie giostrine si è seduta a mangiare finché tutte le scorte a disposizione non sono terminate. Nel frattempo osservava gli altri due bimbi correre e divertirsi con aria dubbiosa e incredula. Credo non concepisse il fatto che ci fosse del cibo a disposizione e loro non se ne curassero.

Verso le 18 siamo rientrate e siamo riuscite a far capire a papino che non avevamo nessuna intenzione di assecondare la sua volontà di andare all’expo, abbiamo quindi ripiegato su un giretto al centro commerciale e una cena da McDonald’s. Anche la scelta del centro commerciale non è casuale, andiamo sempre nello stesso perchè, oltre ad avere la zona “nursery”, che è spesso presente, ha la “pappatoia”, uno spazio in cui si trovano scalda biberon, un forno a microonde*, bavaglie usa e getta e altre comodità che solo chi ha un figlio piccolo può realmente apprezzare. Ho scaldato la sua cena e ho avuto la pessima idea di portarla a consumarla seduta ai tavolini del Mc, ha mangiato tutto il tempo guardando i signori di fianco con la bava alla bocca, tanto che a un certo punto la signora mi ha chiesto se poteva offrirle una patatina. (Sto cercando di farle mangiare una pappina disgustosa, con la consistenza simile al vomito e l’odore di scarti di pescheria e tu le offri una patatina?). Da quel momento in poi non ha più voluto saperne di mangiare la poltiglia che le avevo preparato. Quando Loris è arrivato con i nostri vassoi Mia l’ha guardato con la  stessa faccia che aveva Paolo Brosio quando pensava di essere al telefono con Papa Francesco, ha mangiato qualche patatina e pianto disperata quando sono finite. Classico.

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La domenica, invece, l’abbiamo trascorsa con la mia famiglia in un agriturismo, scelto da mio padre perchè pieno di animali, giostre e attrazioni per i bambini. Siamo arrivati in ritardo, come avviene sempre quando la mia famiglia si riunisce, quindi appena giunti a destinazione siamo entrati per prendere posto. Mia aveva mangiato a casa, ma non si è fatta problemi a pranzare nuovamente. Tra un piatto e l’altro abbiamo fatto dei piccoli giretti fuori. Ovviamente la nana aveva paura di qualsiasi animale fosse nell’arco di due chilometri da lei. Che soddisfazione, un po’ come quando l’abbiamo portata sui tappeti elastici e dopo quattro secondi stava strillando come se la stessero scuoiando viva. E’ sempre molto gratificante vederla reagire così quando organizzi l’intera giornata con il solo scopo di farle vivere una nuova esperienza e farla divertire.

Non volendo demordere del tutto, abbiamo pensato che non potesse avere paura anche dei pony, sono così piccoli e coccolosi che non si può avere paura di loro, ci siamo messi in fila per poterne cavalcare uno e, arrivato il nostro turno, abbiamo amaramente scoperto che anche i teneri pony le fanno paura. In realtà le piacciono, li saluta, sorride quando li vede, ma non vuole che le si avvicinino. Per fortuna fuori c’erano un sacco di altri giochini divertenti con cui intrattenerla, anche se quelli ci sono anche al parco sotto casa, la vera attrazione sarebbero dovuti essere gli animali.

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Dopo un week end intenso, come farsi mancare un’ultima tappa al pronto soccorso?

La nana é inciampata su se stessa e si è spaccata il labbro, ha perso molto sangue e non voleva farsi toccare, quindi non siamo riusciti a controllare cosa fosse successo nella sua bocca finché non siamo arrivati in ospedale. Per fortuna niente di grave, si è lacerata il frenulo. Oggi sembrava la Lecciso dopo le sue iniezioni homemade di botulino finite male.

Se due anni fa mi avessero detto che i miei week end si sarebbero trasformati così drasticamente non ci avrei creduto. Io ero quella che sosteneva che, un volta diventata madre, non avrebbe comunque rinunciato a uscite serali, concerti, nottate a ballare e tutte quelle cose da giovini che tanto mi mancano ma che mai preferirei a un intero week end dedicato a mia figlia.

Quando la domenica sera ripensiamo ai giorni trascorsi insieme, io e Loris ci ritroviamo a ricostruire le sue reazioni, a raccontarci dei progressi che abbiamo riscontrato, a ridere delle sue cadute o dei suoi comportamenti buffi. Vado a letto felice, consapevole di avere investito il nostro tempo nel migliore dei modi.

Poi mi sveglio ed è lunedì.

*Si, scaldo con il microonde. Si, mia figlia è ancora viva. No, non le è ancora spuntato il terzo braccio. Se subirà mutazioni genetiche nei prossimi 90 anni sarò pronta a parlarvene qui sul blog.

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Attratta dal mio opposto.

Fino a pochi anni prima di conoscere Loris, ero una delle principali conferme empiriche della teoria per cui ogni donna  è in cerca di un uomo stronzo.

Un giorno sono giunta alla conclusione che due stronzi in un rapporto di coppia siano troppi, per questo ho trovato, anzi, in realtà mi è venuto a cercare, l’uomo meno stronzo sulla faccia della terra. Avete presente i cuccioli di Labrador della pubblicità della carta igienica? Loris riesce ad essere ancora più tenero.

Per contro, io raggiungo livelli di acidità tali da essere infastidita anche dalla sua eccessiva dolcezza a volte. Lo so, è assurdo, ma è frustrante essere incazzate nere e sentirsi dire “dai, vieni qui, abbracciami e non ci pensiamo più!”.

Sarò masochista, ma prima di fare pace ho bisogno di litigare, urlargli dietro perchè sono arrabbiata e dimostrargli con quante più argomentazioni possibili di avere ragione. Con lui è impossibile. Ve lo assicuro, non si può litigare con Loris. Ho questa assoluta certezza perchè sono la donna più propensa al litigio che conosca, eppure con lui non riesco a discutere per più di dieci minuti.

Spesso per sfogare la mia voglia di scannarmi mi ritrovo a sbraitare dietro a una persona che sta totalmente filtrando ciò che cerco di comunicargli e nel momento in cui chiedo di ripetermi cosa abbia detto, mi risponde con le ultime tre parole della mia frase, per poi guardarmi con la faccia di uno che l’ha avuta vinta. In realtà, fin dalle elementari ti insegnano che esiste una parte del nostro cervello in grado di memorizzare le ultime parole di una frase, anche nel caso in cui non la si stia ascoltando. E’ un meccanismo automatico. Gliel’ho spiegato mille volte, ma lui continua a sentirsi un Dio ogni volta che riesce a ricordare quelle due o tre paroline in croce, che tra l’altro, spesso, non hanno alcun significato al di fuori dal contesto cui appartengono. Ma poco se ne cura, ha vinto, e vuole come premio un abbraccio!

Il litigio per lui è una perdita di tempo, mentre tu stai discutendo, lui sta già pensando a un nuovo modo per essere ancora più dolce.

Loris è una di quelle persone che, se invitate a andare a fanculo, sono in grado di ringraziarti per l’invito.

Per me è una specie di animaletto raro da studiare e analizzare. Uno di quelli in via di estinzione. Va quindi protetto e tutelato, ma al contempo bisogna sfruttare il tempo a disposizione per capire quale sia realmente il meccanismo mentale che lo porti ad essere così gentile, da dove provenga questa overdose di cordialità. Una sorta di missione scientifica la mia. Ancora sono in alto mare, perchè davvero non riesco a trovare alcun valido motivo alla base di alcuni suoi comportamenti.

Voi penserete sia un atteggiamento scontato nei confronti della propria ragazza, il fatto è che lui è irresistibilmente tenero con chiunque, nessuno escluso.

Ogni tanto si incazza e prova a dimostrarlo, per esempio quando, per l’ennesima volta, la Tre viola deliberatamente le condizioni del suo contratto telefonico. Prende l’iphone e parte carichissimo. Spesso mi illudo, e penso sia la volta buona, apre con tono deciso, ma dopo un paio di parole del suo interlocutore il suo muro di rabbia inizia a sgretolarsi, la telefonata prende un’altra piega e, il più delle volte, si conclude con ringraziamenti e saluti. Ovviamente in questi casi richiamo e, mentre cerco di fare valere le sue ragioni, lui mi guarda con un’espressione tra il contrariato e il deluso. Tanto che a volte riesce a farmi addirittura sentire in colpa.

Non so se stia cercando di conquistarsi un posto in pole position in paradiso, sta di fatto che noi continuiamo ad essere sempre gli ultimi di ogni fila che affrontiamo, perchè lui lascia passare avanti chiunque, sebbene consapevole che questo gli costerà un cazziatone epico da parte mia.

Prima di parcheggiare aspetta che l’abbiano fatto tutti quelli chi si trovino nel suo raggio visivo perchè “non vorrei fosse arrivato prima di me”, e anche quando alcuni mostrano disinteresse alla conquista del posto libero, prima di impossessarsene si ferma a chiedere se debbano posteggiare, il più delle volte questi stanno aspettando in doppia fila che la moglie esca o sono semplicemente fermi al telefono.

Nel mio cervello il momento del parcheggio è una sorta di lotta all’ultimo sangue, coltello tra i denti, due righe nere sulle guance, e via: mors tue vita mea. Per questo non riesco a concepire il suo atteggiamento, ma ormai ci sono abituata e, quando andiamo all’ikea, mi metto l’anima in pace, so che alla fine parcheggeremo solo dopo che l’avrà già fatto il resto della clientela e troveremo posto a minimo 2 km dall’ingresso, roba che se fossimo andati a piedi avremmo fatto prima.

La sua performance migliore, però, si realizza quando ordiniamo la pizza. Le persone normali telefonano alla pizzeria che fa consegne a domicilio, e aspettano che questa venga portata a casa. Loris no. Lui va talmente incontro al ragazzo delle consegne, che alla fine lo raggiunge in pizzeria.

Le situazioni paradossali in cui mi vengo a trovare a causa di questo surplus di cordialità, gentilezza e disponibilità sono innumerevoli, alcune sono esilaranti, altre un po’ meno, ma il suo atteggiamento positivo nei confronti del prossimo è davvero ammirevole. Ogni tanto mi immagino un mondo pieno di Loris: credo che nessuno arriverebbe mai in cassa perchè tutti continuerebbero a cedersi il posto vicendevolmente, ma vi assicuro che le liti di condominio rimarrebbero solo in lontano ricordo.

Io, a differenza sua, non sono in grado di starmene zitta quando qualcuno mi passa avanti in fila, è più forte di me, anche se non sono di fretta, non riesco ad accettare la scorrettezza altrui. Lui è disponibile anche nei confronti di chi si mostri irrispettoso. E’ una sorta di battaglia la sua: dice di non volersi adeguare agli atteggiamenti altrui, di preferire dieci minuti di fila in più piuttosto che un’inutile discussione con chi dimostri di non essere all’altezza di una conversazione civile. E’ fatto così e non intende cambiare per evitare situazioni scomode, le accetta e cerca di fare in modo che queste non siano in grado di influire sul suo umore o sui suoi comportamenti futuri.

Siamo quanto di più diverso possa esistere, a me basta la minima mancanza di rispetto altrui per mandarmi su tutte le furie, non riesco ad accettarla e mi innervosisco a tal punto da sentire il bisogno di far valere a tutti i costi le mie ragioni per poter ristabilire il mio equilibrio mentale. Lui mentre mi adopero per il raggiungimento di questo obiettivo, il più delle volte, mi guarda con aria attonita e cerca di dissuadermi perchè non riesce nemmeno a comprendere a pieno cosa ci sia alla base del mio atteggiamento, non essendo in grado di provare rabbia!

Se è vero che i figli sono il riflesso dei propri genitori e di ciò che questi insegnano loro, mi auguro che Mia si specchi in  entrambi e sia in grado di trovare il giusto equilibrio tra l’essere una stronza di prima categoria e l’essere una irrefrenabile dispensatrice di dolcezza e amore. Perchè sebbene ammiri la capacità di suo padre di farsi scivolare addosso le cose che non ritiene siano importanti, la sua abilità di reagire col sorriso agli avvenimenti e di mantenere la calma in ogni circostanza, dall’altro lato spero che mia figlia erediti parte del senso di giustizia e del desiderio di rispetto che sono insiti in me, anche se mi piacerebbe trovasse un modo più equilibrato per farli valere.

Se invece, malauguratamente, Mia avesse ereditato completamente da me il gene del carattere, che Loris si prepari ad anni durissimi!

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Vademecum del buon utilizzatore di social network.

Ho raccolto, in questo post, alcune delle frasi che spesso vengono utilizzate sul web per giustificare condotte irrispettose e scorrette. Lo scopo è quello di dimostrare che nei rapporti virtuali valgono le stesse regole comportamentali che sono in vigore nella vita reale, vista l’assurdità di alcuni atteggiamenti tenuti su internet laddove venissero traslati alla vita quotidiana di tutti noi.

E’ evidente che le situazioni descritte siano paradossali e portate all’estremo, ma, in realtà, non sono così distanti da ciò a cui si assiste nel mondo virtuale.

Purtroppo i social network non sono altro che lo specchio della realtà attuale, quindi i soggetti realmente idioti, lo sono, ahimè, anche virtualmente e anzi, questa caratteristica tende ad accentuarsi nella realtà 2.0 perchè si sa, dietro allo schermo è più facile ruggire, quando durante la quotidianità si è costretti a belare.

Il testo non si riferisce a quanto avviene sul mio profilo, sebbene alcuni spunti provengano proprio da lì, ma a ciò che leggo sparso qua e là, soprattutto sulle pagine di persone note.

Solitamente la quantità di rispetto dispensata è inversamente proporzionale al numero di followers del soggetto preso in considerazione. Quindi, io, poco sono toccata da questo fenomeno, ma rimango comunque colpita da alcuni commenti.

“Hai deciso di avere un social network, accetta che la gente ti scriva quello che pensa!”.

E’ un po’ come dire che siccome esisti e sei al mondo, la gente, incontrandoti per strada, sia legittimata a urlarti addosso il suo parere sul tuo aspetto, il tuo atteggiamento o il tuo abbigliamento. Non appena metti piede fuori di casa e ti trovi in un luogo pubblico devi aspettarti e, soprattutto, accettare di buon grado che le persone formino una propria opinione su di te, e non perdano occasione di comunicartela.

Hai deciso tu di prendere parte alla vita pubblica, devi per forza accogliere ogni giudizio, altrimenti te ne stavi chiusa in casa. Ha senso? Io non credo.

Vi immaginate cosa potrebbe succedere al passaggio di Sweetasacandy per le vie della città, laddove valesse questa regola? Migliaia di donne in fibrillazione strillerebbero quanto è elegante e raffinata, quanto casa sua sia fantastica e arredata con buon gusto e la supplicherebbero di svelare loro dove ha comprato gli indumenti che indossa, mutande comprese. Ma dietro l’angolo una piccola cerchia di haters la attenderebbe per farle lo sgambetto, vederla cadere e dirle che, in realtà, non è niente di che, che non fa un cazzo dalla mattina alla sera e si fa aiutare da qualcuno perchè non è possibile che una donna con tre figli trovi il tempo per stendere i panni.

Potrebbe anche essere esilarante la scena. Ma non è così che funziona, per fortuna!

Il fatto che la vita reale sia proiettata all’interno di un social non porta, e non deve portare, al venire meno delle regole di convivenza civile e di buona educazione.

“Tu hai deciso di pubblicare la foto, non puoi pretendere solo commenti positivi!”.

Equivale a sostenere che dato che hai deciso di portare tua figlia al parco e farla giocare sull’altalena, devi accettare che qualcuno ti affianchi per dirti che è fantastica, ma anche che qualcun altro si avvicini per dirti che è un mostro. Certo, se accetti commenti positivi, non puoi esimerti dall’accettare anche quelli negativi.

Non credo che la pubblicazione di una foto, così come un’uscita pubblica, autorizzi a esprimere liberamente, senza filtri e, soprattutto, senza rispetto, la propria opinione.

Se valesse questa regola la povera Chiara Biasi, passeggiando per strada, si troverebbe costretta a proteggersi da panini imbottiti e piatti di pasta che la gente le lancerebbe addosso al grido di “è anoressica!”, per il solo fatto che durante la passeggiata precedente le è stato detto che è una gran figa. Se accetta che la gente le dica che è gnocca, non può che acconsentire che le tirino addosso croccantini per cani.

“Il profilo è mio, pubblico ciò che voglio!”.

Certo, infatti da casa mia posso urlare al mio vicino che è un coglione perchè sono, appunto, dentro casa mia.

No, non è così che gira il mondo: anche quando ci si trovi dentro la propria abitazione si deve tenere un comportamento tale da non ledere la sensibilità altrui e rispettare gli altri. Le mura domestiche non dispensano dall’obbligo di comportarsi in maniera educata e rispettosa. Lo stesso vale per il mondo virtuale: il fatto di trovarti sul tuo profilo non ti autorizza a pubblicare immagini o contenuti offensivi, discriminatori e provocatori.

“Hai messo la foto online, è di dominio pubblico!”.

Quante volte accade che qualcuno prenda, senza autorizzazione, foto altrui e le pubblichi sul proprio profilo, talvolta spacciandosi per l’autore dello scatto. Quando si prova a lamentarsi la risposta è che l’immagine, una volta inserita sul web appartiene a chiunque. Tralasciando la veridicità dell’affermazione e il contenuto della vigente legislazione riguardo il diritto d’autore e quello alla riservatezza che mi portano a dubitare che tale frase abbia un reale fondamento, immaginiamoci cosa succederebbe se si applicasse questa regola alla vita reale.

Sostanzialmente si presume che nel caso in cui il profilo sia pubblico, chiunque sia autorizzato ad appropriarsi dei contenuti che si trovino al suo interno, quindi, qualora un giorno dimenticassi la porta di casa aperta, oppure decidessi spontaneamente di lasciare le finestre spalancate, questo autorizzerebbe chiunque a entrare e prendere ciò che più gradisce, per poi, eventualmente, spacciarlo per proprio.

“Hai deciso tu di lasciare spalancato, è ovvio che la gente possa sentirsi libera di entrare e fare di ciò che è tuo, quel che preferisce!”.

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Cronache di un parto.

Il 18 aprile 2014 ho festeggiato i miei 27 anni con gli amici e con i miei 12kg in più tra panza e tette. Io gli anni li compio il 19, ma quell’anno il 20 sarebbe stata Pasqua e tutti sarebbero partiti per il ponte, avevo, quindi, deciso di anticipare. Odio quando succede così, quando ero piccola e il mio compleanno cadeva il giorno di Pasqua o nei giorni adiacenti, mi toccava condividere il mio giorno speciale con Gesù*, e per di più chiunque non sapesse cosa regalarmi si presentava con un uovo, che comunque, a mio avviso, mi spettava di diritto.

Conclusa la serata, una volta rientrati a casa, Loris si è buttato a peso morto sul letto minacciando la morte di chiunque avesse provato a svegliarlo prima di mezzogiorno la mattina seguente. Aspettava quel ponte da mesi, dato che in quel periodo tra lavoro, trasloco, visite e donna incinta da sopportare, non aveva avuto un attimo di respiro.

Alle 5.30 del mattino, ho iniziato a sentire una strana umidità tra le gambe. Sul momento ho pensato che i racconti sulla possibile incontinenza durante il nono mese di gravidanza fossero veritieri e ho creduto di essermela fatta sotto. Mi sono alzata cercando di respirare il meno rumorosamente possibile per non dover verificare la credibilità della frase detta la sera prima e in bagno ho scoperto, purtroppo ma anche un po’ per fortuna, di non essermi pisciata sotto. La mia dignità era ancora intatta, ancora per poco.

Perfetto, alle sei meno dieci ho iniziato a bussare delicatamente sulla spalla del povero Loris, prospettandogli l’idea che mi si fossero rotte le acque. La sua risposta è stata “controlla bene, secondo me è sudore”. Adesso, va bene tutto, ma quell’anno il 19 aprile c’erano otto gradi e se anche ce ne fossero stati quaranta dubito che il sudore sarebbe uscito proprio da lì. Comunque, dopo averlo convinto che non si potesse trattare di sudore ci siamo fiondati in ospedale, senza borse, senza la cartelletta degli esami, senza una mazza. L’obiettivo era risolvere la situazione in quattro e quattr’otto, essere rispediti a casa con una diagnosi che spiegava il tutto come “perdite” e tornare a dormire. Poveri illusi, non sapevamo che da quel giorno in poi dormire sarebbe diventata un’utopia.

Pochi minuti dopo l’arrivo al pronto soccorso, sono uscita dalla sala visite con il medico al mio fianco, stupito di vederci sprovvisti di ogni cosa, ha spedito il futuro papà a casa a recuperare l’occorrente. Lui, appresa la notizia, ha pensato bene di iniziare a mandare in giro messaggi in cui sosteneva fossi in travaglio, dimostrando la totale inutilità della sua partecipazione ai corsi preparto. Risultato? Poche ore dopo l’ospedale era pieno di parenti in fibrillazione, convinti stesse per nascere.

In realtà anche io mi aspettavo che la cosa fosse un po’ più immediata, tanto che dopo aver avuto conferma della rottura delle acque ho detto al medico che mia figlia sarebbe nata il mio stesso giorno. Il suo “non ci spererei” ricevuto come risposta ha smontato tutto il mio entusiasmo. Devo ammettere che le informazioni che avevo acquisito sull’eventualità di un parto pre-termine rasentavano lo zero, e contavo di incrementarle nelle ultime settimane di gestazione, per rendere il tutto totalmente inutile.

Le prime 24 ore in ospedale le ho trascorse attendendo che le contrazioni si presentassero spontaneamente, cosa assai difficile a 34+5. Dopodichè hanno cercato di indurmi il parto, prima con un metodo più blando, poi, passate altre 24 ore, con una flebo di ossitocina. In quei giorni la gente mi veniva a trovare e mi chiedeva come stessi, sperando che dicessi di sentirmi male, di sentire qualche accenno di contrazione, vedevo la delusione nei loro volti ogni volta che, invece, dicevo loro di  stare bene. A dire la verità ero talmente in forma che ho passato quei tre giorni in sala d’attesa, dove si era formata una crew di parenti e amici che giocavano a “nomi, cose, città” bevendo tennent’s e mangiando patatine. Il tutto era, ovviamente, organizzato da mio fratello che faceva la spola tra il reparto e il supermercato situato lì di fronte per fare in modo che i viveri, in particolare le birre, non terminassero MAI.

Il terzo giorno le contrazioni non accennavano a arrivare e un’ostetrica con le sembianze di jack skeletron, l’eleganza della Santanchè e la passione per il proprio lavoro di un impiegato della motorizzazione civile,  passava periodicamente a minacciare di farmi il cesareo. Ho detto a Loris che speravo che tornasse la mamma di Mia, una ragazza dolcissima, con un viso rassicurante e i modi decisamente più gentili della sua collega. Era stata di turno il giorno prima e mi aveva raccontato della sua bimba, con il nome uguale e quello che avrei dato alla mia.

Quando ormai mi ero rassegnata all’idea del cesareo, improvvisamente, è scoppiato il sacco amniotico, ho tirato un urlo che credo abbiano sentito anche in sala d’attesa e ho visto magicamente comparire la mamma di Mia che dava il cambio a Skeletron. Non potevo essere più felice, ma le cose cambiavano di poco: avevo appena sentito una bomba esplodere nella mia pancia e mi ero convinta che la bambina si fosse spezzata a metà, continuavo a sostenere che si fosse rotta, avevo quella sensazione. Lo so, è follia, ma ero fuori di me. Da quell’istante in poi mi sono partite le contrazioni a manetta. Passata la prima ora ho chiesto l’epidurale perchè mi sentivo morire, ma mi hanno risposto che al momento c’era solo un anestesista in ospedale ed era in sala operatoria. Dopo tutte le imprecazioni del caso, compresa la critica alla gestione del denaro pubblico che costringe un ospedale a rimanere con un solo anestesista, ho ripreso il controllo di me, o quasi. Quando si è liberato e sembrava potesse venire ad assistermi ormai non serviva più a nulla: mi hanno visitata e Mia aveva già la testa tra le mie gambe, ecco spiegato perchè il dolore fosse diventato così forte da non essere più sopportabile. Io avevo iniziato a pensare di dover fare minimo dieci ore in quelle condizioni, a richiedere qualsiasi tipo di droga e sognare l’arrivo di uno spacciatore.

Ilse, così si chiama la mamma di Mia, mi ha vestita per portarmi in sala parto, l’ha fatto svariate volte in realtà: lei mi vestiva e io continuavo a spogliarmi. A un certo punto, stizzita, mi ha chiesto perchè mi stessi comportando così, le ho risposto che dovevo spingere. Mi ha guardata sbigottita, ma io vi assicuro che spingere vestite non è affatto semplice: provate a mettervi sul water con le mutande addosso, poi ne riparliamo.

Raggiunto l’accordo che non mi sarei più spogliata mi ha chiesto se volessi andare a piedi fino alla sala parto. Cioè, mi hai appena detto che ho una testa di bambina tra le gambe e pretendi che cammini tranquillamente lungo il corridoio? Chiaramente mi hanno trasportata con la sedia a rotelle, attraversando la folla di parenti e amici che era ancora lì e, anzi, si era popolata ancor di più. Mi sono sentita come i pugili quando passano in accappatoio lungo il corridoio per raggiungere il ring, con tutti che li acclamano durante il tragitto. Se ve lo state chiedendo, no, alla fine le droghe non me le hanno date!

Arrivata in sala parto dopo poche spinte la testa era fuori per metà, dovevo attendere un’ultima contrazione per dare la spinta finale, Ilse mi ha chiesto se volessi accarezzarla. Io dico, ma è ancora lì, che mi sta lacerando, sto aspettando la contrazione per spingere e, finalmente tirarla fuori, ti pare che mi tiro su, mi piego in avanti sul panzone e accarezzo la testa? Alla mia risposta negativa ha provato a proporlo a Loris, che era alle mie spalle, quindi fuori dalla mia visuale. Poco dopo, ho sentito il medico dirgli “guardi che se vuole si può sedere lì”, indicando una sedia, e l’infermiera che proseguiva “si, effettivamente è un po’ bianco”. Cioè, io sto facendo passare “una cosa grande come un melone da una cosa grande come un limone” (per dirlo con le parole di Mollie di “Senti chi parla”) e tu svieni, tu ti senti mancare, tu non hai le forze? Per fortuna è rinsavito ed è rimasto tra noi ancora quel paio di minuti necessari per tirarla fuori del tutto e tagliare il cordone.

Minuscola, con tantissimi capelli neri e una patina bianca che le ricopriva tutto il corpo. Stupenda, con gli occhi spaventati e la faccia spaesata. Ero in estasi. Ci hanno scattato la prima foto di famiglia mentre sotto mi ricucivano e Loris pretendeva che sorridessi per immortalare il momento. Ero totalmente inebetita dalla scarica di emozioni che mi attraversava il corpo.

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L’hanno pesata, quando mi hanno detto “2.450”, mi sono sentita come se avessero rimosso un enorme macigno dal mio stomaco, che mi impediva di godermi a pieno quei momenti. Durante le notti passate in ospedale, quando rimanevo sola, piangevo disperata per paura che fosse troppo piccola. Le infermiere mi trattavano come fossi una matta, mi dicevano che 35 settimane di gestazione erano più che sufficienti. Eppure io ero terrorizzata dall’idea che potesse avere qualche problema, che potesse esserci qualche complicazione. Quei numeri mi hanno tolto un peso dal cuore, finalmente potevo lasciarmi andare e essere totalmente felice.

Ricucita e rivestita, questa volta senza opporre resistenza, sono uscita dalla sala parto, ho detto a mia mamma “è bellissima”, lei mi ha risposto “lo so, ho visto la foto”. Ho pensato di essere rincoglionita dagli eventi o che alla fine qualche droga me l’avessero iniettata, invece no: Loris mentre ago e filo affondavano nelle mie intimità, smanettava col cellulare e mandava foto in giro.

Mia è nata a Pasquetta, il 21 aprile 2014. Io sono nata il giorno di Pasqua, il 19 aprile 1987. Insomma, era destino che dovessi condividere con qualcuno il mio giorno speciale!

*Si prega di non attaccare pipponi per il riferimento religioso. La mia affermazione intende sottolineare come i bambini siano poco predisposti a vedere il proprio compleanno passare in secondo piano a causa di una festività concomitante, qualsiasi essa sia.

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Mio fratello è una rock star! O forse no.

Avere un fratello come il mio è una grande fortuna, ogni disastro che combinassi equivaleva al nulla di fronte ai guai continui che generava lui. E’ stato abbastanza facile emergere come la figlia diligente, quella che non desta mai preoccupazioni e dispensa soddisfazioni. Potevo sbagliarne cento, nel frattempo lui ne combinava mille e nessuno si accorgeva di me. Quando per caso una mia cacata emergeva più delle altre, lui l’aveva già compiuta e ricompiuta in precedenza, non rappresentava più una novità e passarla liscia era di gran lunga più semplice.

Avere un fratello minchione che ti spiana la strada, è una grande fortuna! Però rimane un fratello minchione, l’altra faccia della medaglia consiste nel dover assistere a tutte le sue cacate e sopravvivere alle crisi familiari che queste generano.

Superato il primo periodo, quello in cui tentava ripetutamente di farmi fuori, usandomi come cavia per testare la realizzabilità di quelle idee che nella sua testa erano tutte geniali, ma che poi nella realtà si concludevano con me che rotolavo giù per rampe di scale a bordo di trattori giocattolo o finivo nei fossi dietro casa in pieno inverno, quando l’acqua era ghiacciata, perchè “tu sei più leggera, passa per prima sul ponticello che ho costruito”; siamo passati al periodo in cui mi disprezzava e si vergognava della mia presenza  quando c’erano i suoi amici. Da soli eravamo diventati una coppia inseparabile, ma non appena comparisse un suo compagno, fingeva di non conoscermi o di essere uno di quei fratelli odiosi e violenti con le sorelle. Lui che di fatto, non era realmente dedito alla violenza, semplicemente non ponderava le sue azioni mettendo continuamente a repentaglio la mia vita. Come ha fatto quella volta che ha puntato il deodorante spray sull’accendino in direzione delle mia testa, dandomi fuoco ai capelli. Non lo faceva per farmi male, lo faceva perchè era minchione, e in realtà lo è ancora un bel po’.

I miei genitori mi hanno spesso raccolta da terra, mi hanno lavata e asciugata dopo i tuffi nei fossi che oltre all’acqua contenevano un bel po’ di melma, mi hanno tagliato i capelli per liberarmi da impasti di big babol ma alla fine il cazziatone lo prendevo sempre anche io, che, secondo loro, mi prestavo a queste cose. In realtà, il più delle volte, non avevo via di scampo oppure accettavo le sue proposte sotto ricatto o per pietà, quando diceva che lui non poteva farlo perchè aveva già sbattuto due volte la schiena e alla terza, si sa, la morte è assicurata. Io me le bevevo tutte e per paura che morisse mi sacrificavo a fare le peggio cazzate. Non potevo rischiare di rimanere figlia unica!

Ma quanto ci siamo divertiti. Dopo le urla e i pianti iniziali, quando poi ripensavamo agli avvenimenti, ridevamo fino a rischiare di farcela addosso. A dire la verità lui mi derideva più che ridere con me e alcune cose, soprattutto quelle che riguardavano i miei capelli, non mi hanno mai divertita.

Crescendo ha iniziato a sviluppare una passione per il mondo dark, costringendo me e mio padre a accompagnarlo ai concerti più improbabili. A tredici anni ho visto Marilyn Manson cantare con il culo di fuori e un perizoma in latex sul palco del forum di Assago, con mio padre. Mia madre si è rifiutata.

Nello stesso periodo scoprivamo le numerose assenze a scuola a seguito di un’intervista, alla quale abbiamo assistito a orario di cena mentre guardavamo il tg5. Mio fratello e i suoi amici punkabbestia, a quella che dicevano essere una festa, sputavano birra sulla telecamera chiedendo di non mandare in onda la registrazione perchè “la mamma non sa che siamo qui”. Davvero credibile come gruppo di ribelli, adepti del reverendo Manson! Ad ogni modo le loro richieste non sono state ascoltate e ancor oggi ricordo la faccia dei miei genitori alla vista di quello scempio in diretta nazionale.

Quando sembrava essersi dato una calmata è partito per fare un viaggio con i suoi amici in giro per la Spagna, sarebbe dovuto stare via qualche mese. Inutile dirvi che quattro giorni dopo gli avevano rubato tutto e si trovava senza un euro e senza documenti a Barcellona. Cosa prevedibile quando decidi di dormire in stazione con tutti i tuoi averi incustoditi al tuo fianco. Ma i minchioni a queste cose non ci pensano! Per fortuna noi eravamo in vacanza a Formentera e recuperalo è stato abbastanza facile per mio padre. Anche se poi, una volta sull’isola, ha iniziato a scassare le balle con la storia che Formentera è per vecchi ricchi e lui, con il suo animo giovane, anticonformista e ribelle si trovava fuori luogo. Si è convinto che i tedeschi che alloggiavano nel nostro albergo ce l’avessero con lui, perchè “si sa, i tedeschi sono tutti un po’ nazi” e mi costringeva a cercare le spiaggette più remote e isolate per non dover entrare in contatto con loro.

Più volte l’abbiamo dato per morto non vedendolo rientrare per giorni, la stessa cosa la facciamo col nostro gatto quando sparisce per un po’. Ormai ci siamo abituati, al gatto. A un figlio che non rientra senza avvisare non ci si abitua mai. Ma poi ricompariva sempre e come se nulla fosse avvenuto raccontava dei suoi strampalati week end e degli assurdi motivi per cui non era riuscito a mettersi in contatto con noi.

Ometto tutti i racconti che rappresentano ancora ferite aperte nelle mia famiglia, quelli che si sono conclusi con recuperi in ospedale, braccia rotte e lavande gastriche. Avvenimenti sui quali ormai ridiamo tutti, tutti tranne mia madre che ancor oggi sta cercando di smaltire l’ansia e le preoccupazioni generate da questi episodi.

Diceva che non sarebbe mai arrivato a trent’anni, le rock star muoiono giovani mi raccontava. A volte ci ho addirittura creduto.

In realtà non è mai stato una rock star e a trent’anni ci è arrivato eccome!

Auguri al più pazzo compagno di avventure che potesse capitarmi.