Cronache di un parto.

Il 18 aprile 2014 ho festeggiato i miei 27 anni con gli amici e con i miei 12kg in più tra panza e tette. Io gli anni li compio il 19, ma quell’anno il 20 sarebbe stata Pasqua e tutti sarebbero partiti per il ponte, avevo, quindi, deciso di anticipare. Odio quando succede così, quando ero piccola e il mio compleanno cadeva il giorno di Pasqua o nei giorni adiacenti, mi toccava condividere il mio giorno speciale con Gesù*, e per di più chiunque non sapesse cosa regalarmi si presentava con un uovo, che comunque, a mio avviso, mi spettava di diritto.

Conclusa la serata, una volta rientrati a casa, Loris si è buttato a peso morto sul letto minacciando la morte di chiunque avesse provato a svegliarlo prima di mezzogiorno la mattina seguente. Aspettava quel ponte da mesi, dato che in quel periodo tra lavoro, trasloco, visite e donna incinta da sopportare, non aveva avuto un attimo di respiro.

Alle 5.30 del mattino, ho iniziato a sentire una strana umidità tra le gambe. Sul momento ho pensato che i racconti sulla possibile incontinenza durante il nono mese di gravidanza fossero veritieri e ho creduto di essermela fatta sotto. Mi sono alzata cercando di respirare il meno rumorosamente possibile per non dover verificare la credibilità della frase detta la sera prima e in bagno ho scoperto, purtroppo ma anche un po’ per fortuna, di non essermi pisciata sotto. La mia dignità era ancora intatta, ancora per poco.

Perfetto, alle sei meno dieci ho iniziato a bussare delicatamente sulla spalla del povero Loris, prospettandogli l’idea che mi si fossero rotte le acque. La sua risposta è stata “controlla bene, secondo me è sudore”. Adesso, va bene tutto, ma quell’anno il 19 aprile c’erano otto gradi e se anche ce ne fossero stati quaranta dubito che il sudore sarebbe uscito proprio da lì. Comunque, dopo averlo convinto che non si potesse trattare di sudore ci siamo fiondati in ospedale, senza borse, senza la cartelletta degli esami, senza una mazza. L’obiettivo era risolvere la situazione in quattro e quattr’otto, essere rispediti a casa con una diagnosi che spiegava il tutto come “perdite” e tornare a dormire. Poveri illusi, non sapevamo che da quel giorno in poi dormire sarebbe diventata un’utopia.

Pochi minuti dopo l’arrivo al pronto soccorso, sono uscita dalla sala visite con il medico al mio fianco, stupito di vederci sprovvisti di ogni cosa, ha spedito il futuro papà a casa a recuperare l’occorrente. Lui, appresa la notizia, ha pensato bene di iniziare a mandare in giro messaggi in cui sosteneva fossi in travaglio, dimostrando la totale inutilità della sua partecipazione ai corsi preparto. Risultato? Poche ore dopo l’ospedale era pieno di parenti in fibrillazione, convinti stesse per nascere.

In realtà anche io mi aspettavo che la cosa fosse un po’ più immediata, tanto che dopo aver avuto conferma della rottura delle acque ho detto al medico che mia figlia sarebbe nata il mio stesso giorno. Il suo “non ci spererei” ricevuto come risposta ha smontato tutto il mio entusiasmo. Devo ammettere che le informazioni che avevo acquisito sull’eventualità di un parto pre-termine rasentavano lo zero, e contavo di incrementarle nelle ultime settimane di gestazione, per rendere il tutto totalmente inutile.

Le prime 24 ore in ospedale le ho trascorse attendendo che le contrazioni si presentassero spontaneamente, cosa assai difficile a 34+5. Dopodichè hanno cercato di indurmi il parto, prima con un metodo più blando, poi, passate altre 24 ore, con una flebo di ossitocina. In quei giorni la gente mi veniva a trovare e mi chiedeva come stessi, sperando che dicessi di sentirmi male, di sentire qualche accenno di contrazione, vedevo la delusione nei loro volti ogni volta che, invece, dicevo loro di  stare bene. A dire la verità ero talmente in forma che ho passato quei tre giorni in sala d’attesa, dove si era formata una crew di parenti e amici che giocavano a “nomi, cose, città” bevendo tennent’s e mangiando patatine. Il tutto era, ovviamente, organizzato da mio fratello che faceva la spola tra il reparto e il supermercato situato lì di fronte per fare in modo che i viveri, in particolare le birre, non terminassero MAI.

Il terzo giorno le contrazioni non accennavano a arrivare e un’ostetrica con le sembianze di jack skeletron, l’eleganza della Santanchè e la passione per il proprio lavoro di un impiegato della motorizzazione civile,  passava periodicamente a minacciare di farmi il cesareo. Ho detto a Loris che speravo che tornasse la mamma di Mia, una ragazza dolcissima, con un viso rassicurante e i modi decisamente più gentili della sua collega. Era stata di turno il giorno prima e mi aveva raccontato della sua bimba, con il nome uguale e quello che avrei dato alla mia.

Quando ormai mi ero rassegnata all’idea del cesareo, improvvisamente, è scoppiato il sacco amniotico, ho tirato un urlo che credo abbiano sentito anche in sala d’attesa e ho visto magicamente comparire la mamma di Mia che dava il cambio a Skeletron. Non potevo essere più felice, ma le cose cambiavano di poco: avevo appena sentito una bomba esplodere nella mia pancia e mi ero convinta che la bambina si fosse spezzata a metà, continuavo a sostenere che si fosse rotta, avevo quella sensazione. Lo so, è follia, ma ero fuori di me. Da quell’istante in poi mi sono partite le contrazioni a manetta. Passata la prima ora ho chiesto l’epidurale perchè mi sentivo morire, ma mi hanno risposto che al momento c’era solo un anestesista in ospedale ed era in sala operatoria. Dopo tutte le imprecazioni del caso, compresa la critica alla gestione del denaro pubblico che costringe un ospedale a rimanere con un solo anestesista, ho ripreso il controllo di me, o quasi. Quando si è liberato e sembrava potesse venire ad assistermi ormai non serviva più a nulla: mi hanno visitata e Mia aveva già la testa tra le mie gambe, ecco spiegato perchè il dolore fosse diventato così forte da non essere più sopportabile. Io avevo iniziato a pensare di dover fare minimo dieci ore in quelle condizioni, a richiedere qualsiasi tipo di droga e sognare l’arrivo di uno spacciatore.

Ilse, così si chiama la mamma di Mia, mi ha vestita per portarmi in sala parto, l’ha fatto svariate volte in realtà: lei mi vestiva e io continuavo a spogliarmi. A un certo punto, stizzita, mi ha chiesto perchè mi stessi comportando così, le ho risposto che dovevo spingere. Mi ha guardata sbigottita, ma io vi assicuro che spingere vestite non è affatto semplice: provate a mettervi sul water con le mutande addosso, poi ne riparliamo.

Raggiunto l’accordo che non mi sarei più spogliata mi ha chiesto se volessi andare a piedi fino alla sala parto. Cioè, mi hai appena detto che ho una testa di bambina tra le gambe e pretendi che cammini tranquillamente lungo il corridoio? Chiaramente mi hanno trasportata con la sedia a rotelle, attraversando la folla di parenti e amici che era ancora lì e, anzi, si era popolata ancor di più. Mi sono sentita come i pugili quando passano in accappatoio lungo il corridoio per raggiungere il ring, con tutti che li acclamano durante il tragitto. Se ve lo state chiedendo, no, alla fine le droghe non me le hanno date!

Arrivata in sala parto dopo poche spinte la testa era fuori per metà, dovevo attendere un’ultima contrazione per dare la spinta finale, Ilse mi ha chiesto se volessi accarezzarla. Io dico, ma è ancora lì, che mi sta lacerando, sto aspettando la contrazione per spingere e, finalmente tirarla fuori, ti pare che mi tiro su, mi piego in avanti sul panzone e accarezzo la testa? Alla mia risposta negativa ha provato a proporlo a Loris, che era alle mie spalle, quindi fuori dalla mia visuale. Poco dopo, ho sentito il medico dirgli “guardi che se vuole si può sedere lì”, indicando una sedia, e l’infermiera che proseguiva “si, effettivamente è un po’ bianco”. Cioè, io sto facendo passare “una cosa grande come un melone da una cosa grande come un limone” (per dirlo con le parole di Mollie di “Senti chi parla”) e tu svieni, tu ti senti mancare, tu non hai le forze? Per fortuna è rinsavito ed è rimasto tra noi ancora quel paio di minuti necessari per tirarla fuori del tutto e tagliare il cordone.

Minuscola, con tantissimi capelli neri e una patina bianca che le ricopriva tutto il corpo. Stupenda, con gli occhi spaventati e la faccia spaesata. Ero in estasi. Ci hanno scattato la prima foto di famiglia mentre sotto mi ricucivano e Loris pretendeva che sorridessi per immortalare il momento. Ero totalmente inebetita dalla scarica di emozioni che mi attraversava il corpo.

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L’hanno pesata, quando mi hanno detto “2.450”, mi sono sentita come se avessero rimosso un enorme macigno dal mio stomaco, che mi impediva di godermi a pieno quei momenti. Durante le notti passate in ospedale, quando rimanevo sola, piangevo disperata per paura che fosse troppo piccola. Le infermiere mi trattavano come fossi una matta, mi dicevano che 35 settimane di gestazione erano più che sufficienti. Eppure io ero terrorizzata dall’idea che potesse avere qualche problema, che potesse esserci qualche complicazione. Quei numeri mi hanno tolto un peso dal cuore, finalmente potevo lasciarmi andare e essere totalmente felice.

Ricucita e rivestita, questa volta senza opporre resistenza, sono uscita dalla sala parto, ho detto a mia mamma “è bellissima”, lei mi ha risposto “lo so, ho visto la foto”. Ho pensato di essere rincoglionita dagli eventi o che alla fine qualche droga me l’avessero iniettata, invece no: Loris mentre ago e filo affondavano nelle mie intimità, smanettava col cellulare e mandava foto in giro.

Mia è nata a Pasquetta, il 21 aprile 2014. Io sono nata il giorno di Pasqua, il 19 aprile 1987. Insomma, era destino che dovessi condividere con qualcuno il mio giorno speciale!

*Si prega di non attaccare pipponi per il riferimento religioso. La mia affermazione intende sottolineare come i bambini siano poco predisposti a vedere il proprio compleanno passare in secondo piano a causa di una festività concomitante, qualsiasi essa sia.

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13 thoughts on “Cronache di un parto.

  1. Leggere esperienze di parto mi fa troppo sorridere. E la tua esperienza mi ha fatto tanto ridere perchè mi ha ricordato un pò il mio parto! Si soffre tanto… ma poi quando ci ripensi quanto si ride???? 😂😂

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  2. Io sono un’infermiera e odio quando le mie colleghe minimizzano qualsiasi cosa….perchè per una neo mamma aver partorito con un mese di anticipo e soprattutto rendersi conto che sua figlia pesa di meno rispetto alla norma non significa essere matta! Mi dispiace tantissimo per questo trattamento. 😦
    Detto ciò questo è probabilmente uno dei racconti più esilaranti sul parto! 😉

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  3. Solo il mio secondo figlio ha avuto la.compiacenza di nascere lo stesso giorno che mi si sono rotte le acque. Per gli altri.2 come te ho fatto giorni inutili in ospedale perché nonostante la.rottura del sacco sono nati 2 giorni dopo. Il terzo è nato il giorno dopo del compleanno del suo papà e io che pensavo di fargli un regalone …povera illusa! Per me il parto non é mai stato facile,molto doloroso e sfinente ma in assoluto l’esperienza più incredibile e meravigliosa della mia vita. Scrivi dei bellissimi post.complimenti.a presto. Angela

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  4. ho divorato senza fiato tutti i tuoi post sul blog ieri sera, io ne ho appena aperto uno ma stò ancora cercando di capire bene come funziona questa cosa…comunque mi sono sentita sollevata nello scoprire che non sono l’unica madre ad avere i tuoi stessi pensieri. mia figlia Carlotta ha 2anni e in certi momenti penso che avere una figlia di 2anni è come avere un frullatore acceso senza coperchio(frase rubata e condivisa su fb)!!! anche noi,esattamente come voi, abbiamo intrapresoil cammino del “la porteremo ovunque” e anche noi abbiamo scoperto a nostre spese che spesso(troppo spesso) torniamo a casa mezzi tramortiti con al seguito una lista di figure di merda che da sole dovrebbero bastarci per non uscire più e basterebbero anche a far resuscitare Maria Montessori, pace all’anima sua!!! ma va bene così, penso che tra non molto arriverà all’età giusta per apprezzare queste uscite famigliari e quando questo avverrà(e mi auguro per il mio benesere psicologico che questo momento non tarderà ad arrivare) ce la spasseremo alla grande!!! la cosa che più mi ha fatto sorridere è che anche noi la chiamiamo NANA dal giorno in cui è nata,anche se tanto nana non era,le mie povere parti intime sanno bene cosa ci è voluto per far passare un bufalo di 3.600kg dopo un travaglio durato 12 ore e non lo sanno solo loro perchè anche io di certo mai scorderò quei momenti. io a differenza tua non ho capito dal primo istante quanto amore potesse contenere il mio cuore per quella nana che dopo avermi fatto passare le pene dell’inferno se ne stava lì a sfrignottare ciucciandosi tutto ciò che le capitava alla ricerca disperata del mio seno e credimi non era affato difficile trovarlo…ero tutta TETTE… e tutto questo mentre l’ostetica(tra l’alto tra le peggiori che mi potesse capitare) era ancora lì che ravanava nella mia intimità. poi mi ha fatto capolino tra le gambe e con un vocione fastidioso mi ha detto: ATTACCALA… fu proprio in quell’istante che feci la mia prima figura di popò da madre ne e gelai tutti risponendo: ora attacco te, ma al muro scusatemi ma ora proprio non mi va!! l’intera sala parto mi guardava con disappunto e mio marito avrebbe voluto sotto di se una voragine x nascondersi tanta la vergogna anche se il fondo lo avevo già toccato nella fase espulsiva con grida disumane!!! che madraccia avranno pensato tutti ma loro non sanno che mi bastò recuperare le forze,la voce,la dignità metabolizzando quanto era appena accaduto per correre da lei giù al nido. e lei era li…ed è stato lì che ho scoperto che più bella cosa non poteva esserci al mondo…la mia bufalina nanacon 2occhioni azzurro cielo e un casco di capelli neri in testa

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      • bhe in effetti si… sono stata così ispirata dal tuo racconto da decidere di raccontare a mia volta tutte le avventure-disavventure che mi son capitate il giorno in cui mia figlia ha deciso di venire al mondo!!! ma sono nuova qui, ho aperto da pochissimo un blog e stò ancora cercando di capire come funziona…non mastico benissimo la tecnologia ma piano piano capirò tutto. 😉

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      • Proprio ora stavo dedicando un pò del mio prezioso tempo libero a cercar di capire la stessa cosa…fin ora non ho capito una beata minchia…in compenso sono riuscita a pubblicare,o almeno credo, un articolo(se cosi si chiama) ma per il resto è tabula rasa!

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  5. Quanto mi sono divertita a leggere questo post! Eh sì, sui “parti” ci si potrebbe scrivere un libro! Io quando sono arrivata in ospedale (con 10 giorni di ritardo dalla data presunta) ho detto all’ostetrica che mi visitava: “Allora, sono contrazioni preparatorie? Torno a casa?”
    E lei: “Preparatorie?! Ciccia, e ‘un te lo vorrei dire, ma te stanotte partorisci!!! Vai che ti si manda in sala!”
    Ero dilatata già di 7 cm!!!! All’ 1 e 4 minuti (e dopo una brutta complicazione, per fortuna risolta alla grande) Brando é nato e la mia vita non è stata più la stessa!❤️

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    • Mamma mia, io penso che sarei impazzita a raggiungere il termine e dover ancora aspettare 10 giorni 😱 Brando si è fatto aspettate perchè i veri fichi non arrivano mai puntuali a un appuntamento! 😘😘😘

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