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Donnine d’altri tempi.

E’ scesa dai gonfiabili e ha detto “grazie bambine grandi”. Io mi sono sentita la madre più orgogliosa del mondo.

Sabato sera, per la prima volta, è salita sui gonfiabili. Mia non è molto atletica, credo sia dovuto alla sua stazza. Fin da subito è stato chiaro che non sarebbe mai riuscita ad arrivare in cima da sola, Loris ha chiesto di poterla accompagnare, ma gli è stato negato.

Non restava che piazzarla con qualche bambina e spedirla su.

Lei è nel periodo in cui i primi cinque minuti in cui conosce qualcuno si mette a braccia conserte, fissa il pavimento e ignora tutto ciò che la circonda, non so da chi abbia preso ma, a quanto pare, siamo riusciti a mettere al mondo una bambina timida. Quindi, non appena ha realizzato in che situazione l’avessimo messa, ci ha lanciato un’occhiataccia fulminante, di quelle da “basta, vi odio, non vedo l’ora di diventare maggiorenne per liberarmi di voi!”.

Ma ormai era troppo tardi, un branco di nanette in preda all’emozione di essere considerate “grandi” e di vedersi affidata una nana ancor più nana di loro l’avevano già trasportata di peso fino a metà strada.

Confesso che ad un certo punto ho pensato che saremmo dovuti andare a recuperarla, che non avrebbe resistito e sarebbe scoppiata a piangere, invece ha tenuto duro ed è arrivata fino in cima, con la stessa faccia che aveva Loris quando l’ho accompagnato a fare la gastroscopia, ma è arrivata fino in cima.

Mancava solo la discesa. Ma, una volta posizionata, si è impiantata lì, con lo sguardo perso nel vuoto di chi si è teletrasportato con cervello in un altro luogo pur di non dover affrontare la realtà. Qualche urletto di incitazione da parte nostra, che nel frattempo ci siamo trasformati in una capo ultra e una cheerleader, ed è tornata tra noi.

Una spintarella da un nanetto di passaggio, e via…

In realtà aveva la gonna, culo e pannolino hanno fatto attrito e la discesa è stata molto meno divertente del previsto.

Nonostante ciò, appena arrivata giù, è corsa da me e mi ha detto con fare emozionato: “grazie bambine grandi”.

Una cagata, una bambina che ringrazia chi l’ha fatta divertire, ma per me molto di più.

Forse mi illudo io, ma credo che si sia resa conto della gentilezza di queste bambine, che hanno interrotto e rallentato il proprio gioco, mettendo da parte per qualche minuto il proprio interesse, per aiutare lei.

Il suo primo pensiero, appena scesa, è stato ringraziare chi avesse contribuito al suo divertimento e l’ha fatto con un tono e uno sguardo che le parole, purtroppo, non possono descrivere ma che, vi assicuro, mi hanno reso la mamma più orgogliosa del mondo.

Lasciatemi sperare di avere messo al mondo una bambina che, a due anni, ha già compreso il concetto di solidarietà.

Lasciatemi pensare che abbia riconosciuto la gentilezza e abbia voluto contraccambiare con lo stesso strumento.

Lasciatemi credere che si sia resa conto che qualcuno, per un attimo, ha messo da parte se stesso per aiutare lei e che abbia voluto manifestare la propria riconoscenza.

Lasciatemi convincere di aver messo al mondo una donnina davvero educata, di quelle che…”ce ne sono poche al giorno d’oggi”.

 

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Ho fatto un sogno, anzi un incubo.

Ho fatto un sogno, anzi un incubo.

Mi sono svegliata nel cuore della notte, in un lago di sudore, pervasa da un inspiegabile senso di angoscia.

Ho fatto un incubo terrificante. Tutte le Megafigheblogger erano sparite.

I bambini venivano portati in auto senza seggiolini, perché le mamme non sapevano più quale comprare. Le commesse della Prenatal erano prese d’assalto da orde di mamme zombie succhiasangue in cerca di informazioni utili per gli acquisti, ma ormai era troppo tardi, avevano dimenticato come si facesse il loro lavoro, dopo anni di degna sostituzione da parte delle Megafigheblogger.

Le pediatre, i nutrizionisti, persino i designer erano tornati ai loro mestieri di un tempo, nessuno più si prendeva la briga di sostituirsi a loro.

Dal salumiere, le file erano interminabili.

–  “Signora crudo o cotto? Lo preferisce all’osso?”

– “Non lo so, non lo soooooooo. Cosa farebbe MAMMA4EVERXXX82 in questo caso?”.

L’incertezza dilagava.

Bimbi costretti a bere in bicchieri qualsiasi, senza “salva goccia”. Un mare di goccioline ovunque. Innumerevoli chiamate ai pompieri.

Donne vestite di cenci, nessuna Chiara a lanciare mode. Bambini a piedi nudi per strada, nessuno a comunicare i benefici del plantare ergonomici sullo sviluppo del piedino dei nostri cuccioli.

Madri che non sapevano cosa cucinare, come cucinare, quanto cucinare.

Uno scempio.

Colazioni senza vasi di fiori al fianco, computer senza mela illuminata, tavole senza centrotavola.

Società sull’orlo del fallimento, nessuno più sponsorizzava i loro prodotti. Le persone erano costrette a fare di testa loro al supermercato. Davanti al banco delle merendine, ammassi di donne tentavano di compiere la scelta giusta. Andrà bene la crostatina, o forse è meglio la nastrina, come saranno quei muffin?

Il dubbio regnava sovrano.

Le famiglie non viaggiavano più. Come scegliere la meta? E se poi vado a Malta e non ci sono attività adatte ai più piccoli? E se scelgo la Sardegna ma poi non so come intrattenere i miei figli durante il tragitto in nave? Potrei andare in Francia, ma come faccio a selezionare i cafè più chic?.

Quasi tutti bevevano acqua dal rubinetto, i più fortunati riuscivano a scegliere quale cassa comprare alla Coop, nonostante la carestia di suggerimenti, altri ancora bevevano le goccioline cadute da quei maledetti bicchieri senza il “salva goccia”. Dell’acqua magica rimaneva solo un flebile ricordo.

Indecisione e insicurezza avevano preso il sopravvento.

Neanche la doccia era più un momento di serenità. I bambini avevano occhi rossi rossi, perché nessuno riusciva a comprendere quale marca di shampoo fosse la migliore per non farli bruciare. Le pelli erano secche e arrossate, non si capiva quali fossero i prodotti adatti per lavarsi. E la crema? La crema non esisteva più, nel dubbio, le donne si spalmavano il burro.

Il finimondo.

Un susseguirsi di irreparabili eventi che mi avevano fatto perdere ogni speranza. Iniziavo a pensare di farla finita, di dire basta, di rinunciare ad una vita tramutatasi, ormai, in un complicatissimo e irrisolvibile enigma.

Poi mi sono svegliata, finalmente. Per fortuna era solo un terribile incubo. Per fortuna siete ancora tutte qui, Dio vi benedica!

Devo smetterla di mangiare pesante la sera.

 

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Nel cuore di chi resta.

‘Se morisse e lo buttassero “ammare”, neanche i pesci se lo mangerebbero!’.

Ma poi non fu realmente così, al suo funerale c’era un sacco di gente, di quella che non si vedeva da tempo e che a stento ho riconosciuto, di quella che ti saluta confondendoti per tua cugina o ti chiama con il nome di tua madre, perchè troppi anni sono passati dall’ultimo incontro.

La chiesa, gremita di gente, rimbombava di pianti e singhiozzi.

Anche il cielo era incazzato, degno sfondo per l’ultimo saluto a chi di incazzature ha riempito la sua esistenza.

La casa, durante la veglia, non conobbe un attimo di pace, un viavai interminabile di gente, il tavolo in sala sommerso di cibo portato in omaggio alla famiglia e all’esterno anche i suoi vecchi colleghi avevano dedicato un manifesto.

Quei colleghi, protagonisti delle sue storie, raccontate e sentite milioni di volte, fino al punto da saperle a memoria e arrivare a correggerlo perchè dimenticava un pezzo o confondeva un protagonista per un altro. Dopo cena, seduti davanti a casa perchè “lì tira un po’ d’aria, speriamo sia tramontana, non se ne può più di ‘sto scirocco schifoso!”. Storie di vita quotidiana, una vita qualsiasi, ma vissuta e raccontata come quella di un grande eroe. Un’esistenza banale, quella di un vigile urbano in un piccolo paesello dell’entroterra salentino, eppure descritta come una grande e coraggiosa battaglia, fatta di obiettivi raggiunti, di grandi risultati e di gloriose soddisfazioni, al fianco della sua donna, sua moglie e compagna di una vita, da una vita.

Perchè alla fine è questo il vero trucco: accontentarsi di ciò che si è, non aspirare a ciò di cui non si ha bisogno e apprezzare anche i piccoli traguardi quotidiani, come fossero immense vittorie. E’ forse questo il segreto per vivere bene, per non trovarsi mai a scrutare l’erba del vicino, nel tentativo di scoprire se sia più verde della tua.

“Nessuno deve vedere la Signora Bianca in giro con le buste della spesa!”. E allora andava lui in paese, al mercato dal suo amico Silvio, uno dei pochi. Passava la mattinata lì e al ritorno raccontava dei grandi acquisti compiuti, della sua capacità di scegliere al meglio i prodotti, il suo occhio per le occasioni e la sua infallibilità nel selezionare le angurie più rosse e dolci. Quanto ridere quando ci accordavamo per dirgli che quella volta l’aveva scelta farinosa, oppure poco dolce. Noi ridevamo, lui si incazzava. Noi ridevamo ancora di più.

Dicono fosse bello, dicono sembrasse dormire.

Ma io non lo so, io ricordo solo come fosse quando ancora la vita scorreva nelle sue vene, quando abbandonava la tavola per una parola di troppo o per un semplice fraintendimento, quando alzava la voce per avere la meglio e zittiva chiunque non la pensasse come lui.

Un vero Stronzo, di quelli con la “S” maiuscola, o forse gli piaceva apparire così. Sta di fatto che di antipatia ne suscitava a palate, con il suo fare burbero e il suo temperamento irascibile.

Eppure poi erano tutti lì. Tutti lì per salutarlo, tutti lì per un’ultima carezza o forse per un ultimo “vaffanculo”. Ma erano lì.

E allora, forse, non sono stata la sola a conoscere cosa ci fosse dietro a quel muso imbronciato.

E allora, forse, qualcun altro ha scorto l’essenza racchiusa dentro a quella scocca dura e per certi versi impenetrabile.

E allora, forse, anche tu potrai continuare a esistere,

nel cuore di chi resta.

 

Ciao Nino!

La tua “Avvocà”

 

 

 

” […] Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi… […]”

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Sono tornata!

Ho deciso, torno a scriverlo.

Con l’inizio della pratica forense, che mi tiene fuori di casa più di dodici ore, ho abbandonato il blog, nonostante scriverlo avesse iniziato a piacermi e divertirmi.

Nella vita, quando si ha poco tempo a disposizione, si è costretti a compiere scelte drastiche: o si va al cesso o si scrive il blog.

Ma ho capito di poter scrivere mentre sono sul cesso e, quindi, rieccomi.

Probabilmente, vista la necessità di conciliare questi incombenti, i post faranno abbastanza cagare e continueranno a risultare totalmente inconcludenti, ma sento che reprimere il mio cinismo nelle note dell’iphone (poi postate su IG) non renda giustizia alla nobiltà dei pensieri che contengono!

Insomma, mi sento frustrata da questo silenzio forzato dalle circostanze e ho deciso che continuerò a scrivere, con una frequenza del tutto casuale e, a questo punto, strettamente correlata alle condizioni del mio intestino.

Auguratevi che non mi venga mai la cacarella.

Dopo lo sproloquio introduttivo, voglio rassicurarvi: cercherò di scrivere durante la pausa pranzo, così da investire meglio le due ore in cui di solito mi giro i pollici fino a consumarli o compro puttanate da Tiger.

Se domani sul mio IG ci dovessero essere quei 4k follower in più non preoccupatevi, sarà merito del blog.

Ovviamente scherzo, anche se l’idea di fare st’investimento per non pagare più le merendine, ogni tanto, mi attrae!

A presto,

Eleonora