Nel cuore di chi resta.

‘Se morisse e lo buttassero “ammare”, neanche i pesci se lo mangerebbero!’.

Ma poi non fu realmente così, al suo funerale c’era un sacco di gente, di quella che non si vedeva da tempo e che a stento ho riconosciuto, di quella che ti saluta confondendoti per tua cugina o ti chiama con il nome di tua madre, perchè troppi anni sono passati dall’ultimo incontro.

La chiesa, gremita di gente, rimbombava di pianti e singhiozzi.

Anche il cielo era incazzato, degno sfondo per l’ultimo saluto a chi di incazzature ha riempito la sua esistenza.

La casa, durante la veglia, non conobbe un attimo di pace, un viavai interminabile di gente, il tavolo in sala sommerso di cibo portato in omaggio alla famiglia e all’esterno anche i suoi vecchi colleghi avevano dedicato un manifesto.

Quei colleghi, protagonisti delle sue storie, raccontate e sentite milioni di volte, fino al punto da saperle a memoria e arrivare a correggerlo perchè dimenticava un pezzo o confondeva un protagonista per un altro. Dopo cena, seduti davanti a casa perchè “lì tira un po’ d’aria, speriamo sia tramontana, non se ne può più di ‘sto scirocco schifoso!”. Storie di vita quotidiana, una vita qualsiasi, ma vissuta e raccontata come quella di un grande eroe. Un’esistenza banale, quella di un vigile urbano in un piccolo paesello dell’entroterra salentino, eppure descritta come una grande e coraggiosa battaglia, fatta di obiettivi raggiunti, di grandi risultati e di gloriose soddisfazioni, al fianco della sua donna, sua moglie e compagna di una vita, da una vita.

Perchè alla fine è questo il vero trucco: accontentarsi di ciò che si è, non aspirare a ciò di cui non si ha bisogno e apprezzare anche i piccoli traguardi quotidiani, come fossero immense vittorie. E’ forse questo il segreto per vivere bene, per non trovarsi mai a scrutare l’erba del vicino, nel tentativo di scoprire se sia più verde della tua.

“Nessuno deve vedere la Signora Bianca in giro con le buste della spesa!”. E allora andava lui in paese, al mercato dal suo amico Silvio, uno dei pochi. Passava la mattinata lì e al ritorno raccontava dei grandi acquisti compiuti, della sua capacità di scegliere al meglio i prodotti, il suo occhio per le occasioni e la sua infallibilità nel selezionare le angurie più rosse e dolci. Quanto ridere quando ci accordavamo per dirgli che quella volta l’aveva scelta farinosa, oppure poco dolce. Noi ridevamo, lui si incazzava. Noi ridevamo ancora di più.

Dicono fosse bello, dicono sembrasse dormire.

Ma io non lo so, io ricordo solo come fosse quando ancora la vita scorreva nelle sue vene, quando abbandonava la tavola per una parola di troppo o per un semplice fraintendimento, quando alzava la voce per avere la meglio e zittiva chiunque non la pensasse come lui.

Un vero Stronzo, di quelli con la “S” maiuscola, o forse gli piaceva apparire così. Sta di fatto che di antipatia ne suscitava a palate, con il suo fare burbero e il suo temperamento irascibile.

Eppure poi erano tutti lì. Tutti lì per salutarlo, tutti lì per un’ultima carezza o forse per un ultimo “vaffanculo”. Ma erano lì.

E allora, forse, non sono stata la sola a conoscere cosa ci fosse dietro a quel muso imbronciato.

E allora, forse, qualcun altro ha scorto l’essenza racchiusa dentro a quella scocca dura e per certi versi impenetrabile.

E allora, forse, anche tu potrai continuare a esistere,

nel cuore di chi resta.

 

Ciao Nino!

La tua “Avvocà”

 

 

 

” […] Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi… […]”

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