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Le promesse vanno mantenute.

Le promesse vanno mantenute, questo è quello che vorremmo insegnare alla nostra bambina. Farle capire il valore della parola data, di un impegno preso, è il nostro obiettivo.

Ma c’è qualcuno tra noi tre che, tempo fa, ha fatto una promessa e finge di averla dimenticata.

No, non si tratta di Mia…

Quando sono rimasta incinta, a distanza di 4 esami dalla fine del mio percorso universitario, abbiamo stilato un programma, una sorta di piano per riuscire a comprendere se, effettivamente, avessimo la forza anche economica di diventare genitori.

Si è subito deciso che non avrei in nessun caso dovuto rinunciare a concludere gli studi.

Ma anche Loris studiava, sebbene lavorasse già da tempo.

Un po’ per galanteria, un po’ perchè la sua voglia di studiare era pari a zero e, forse, non aspettava altro che un’occasione per liberarsi dalle incombenze dell’accademia che frequentava, si è immolato, promettendo, però, che sarebbe stata una cosa temporanea.

Sono passati quasi tre anni dal giorno in cui  mi ha promesso che, prima o poi, avrebbe ripreso gli studi e che, sicuramente, non avrebbe mai rinunciato alla sua passione, continuando a coltivarla nel tempo libero e l’unica che ha tenuto fede all’accordo, per ora, sono io.

Sono mesi che lo sprono a riprendere in mano carta e penna, anche solo per fare degli schizzi, ma la risposta che ricevo è sempre la stessa: “non ho tempo, preferisco dedicare ogni istante libero a Mia”.

In questi giorni l’ho convinto, con la scusa di voler cambiare la mia immagine del profilo Instagram, a riprovarci, a ritagliarsi dei piccoli spazi da dedicare al suo amore per l’arte, in tutte le sue forme.

Ha scoperto di poter condividere questi momenti con la nana, che, in realtà, non fa altro che cercare di pasticciare i fogli altrui e chiedere in prestito il colore che sta utilizzando qualcun altro, ma si sono divertiti e ne è venuto fuori una cosa strepitosa.

Lui, imbarazzato e incerto, non vorrebbe mai far vedere nemmeno a me il risultato dei suoi lavori, conscio poi del fatto che io, invece, orgogliosissima di lui, amo condividerli e lodarlo pubblicamente!

Voi, mie complici, avete collaborato inconsapevolmente alla mia missione, riconoscendo il pregio del suo operato, voi che con i vostri complimenti gli avete fatto capire, ancora una volta, che ha una dote, di quelle vere.

E allora, non siamo ancora al punto in cui la promessa viene realmente mantenuta, il tempo, la voglia e le condizioni generali affinché lui termini gli studi non ci sono, ma ci sono quelle per cui lui possa tornare a credere in se stesso, a riconoscere il vero valore di ciò che fa e a investire nella sua grande ed unica passione.

Una passione che lo vede trasformare le tovaglietta del ristorante in piccole tele, che lo carica come un bambino il giorno di Natale quando viene a sapere di dover decorare la borsa per l’asilo di Mia e che lo fa alzare alle 7 del mattino di domenica perchè ha avuto un’idea e vuole realizzarla, senza togliere tempo a noi.

Lui la sua grande opera l’ha già compiuta, insieme a me. Ma ora è il tempo di continuare a infondere bellezza…

Per questo, vi invito tutti a dare una sbirciata al suo profilo artistico su Instagram, si chiama “lafrettadilolino”, il perchè lo potete leggere nella biografia!

 

 

 

 

“Artista è colui che fa della propria vita un’opera d’arte”.

 

 

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Una vita fa…

21 luglio 2013.

Dopodomani ho un esame ma ormai ho dato la disponibilità a lavorare, posso arrivare un po’ più tardi e andare via un’oretta prima, ma mi tocca andare.

Ho dovuto dare disponibilità perché c’è un evento molto importante, che porterà un sacco di persone. Non è un posto di lavoro fisso il mio, lavoro a chiamata e in estate, di sicuro, c’è più necessità. Devo sfruttare ogni occasione, non perché ne abbia realmente bisogno, studio ancora e i miei mi mantengono, nonostante da un annetto abbia deciso di andare a vivere con Loris, ma non mi è mai piaciuto dipendere completamente dagli altri, cerco quindi di darmi da fare come posso. Le ripetizioni in estate sono sospese, i ragazzi vanno in  vacanza e non hanno più bisogno di assistenza allo studio.

Finisco di studiare, sono le 19:00 e attraverso la città per arrivare all’Old, che, per chi non fosse di Milano, è l'”Old Fashion”, nota discoteca nel cuore del Parco Sempione.

Arrivo che l’aperitivo è già iniziato, mi metto il grembiule e raggiungo gli altri.

Il mio boss, che in realtà è un caro amico di famiglia, mi assegna la postazione e inizia la serata.

Faccio la cameriera e farlo in un posto del genere vuol dire vederne di tutti i colori, ma proprio tutti, compreso il marrone “vomito da raccogliere”.

Mi ammazzo di redbull, sono stanca morta dopo lo giornata di studio e cerco di tenermi sveglia. Solo redbull, stasera non posso sgarrare, domani devo studiare.

La serata scorre come le altre, nell’attesa che arrivi Loris, che, come al solito, avrà raccattato qualche disperato da portare con sé ad attendere la fine del mio turno, si fumerà un pacchetto intero di sigarette, scrutandomi dall’esterno del privè e mangiandosi il fegato ogni volta che qualche individuo di sesso maschile mi rivolgerà la parola.

Lavoro qui da prima di conoscerlo e sono sempre tornata da sola, ma da quando sto con lui, non accetta l’idea che una donna possa circolare alle 5:00 del mattino da sola per la città.

Probabilmente avrà anche pagato l’ingresso perché non ha il coraggio di dire alla porta che è semplicemente venuto a prendermi e che Rai, il mio capo, gli ha detto di entrare senza problemi.

Non lo sopporto quando fa così, ma leggetevi il post a lui dedicato e tutto vi sarà più chiaro!

Si fanno le 4:00, i miei piedi chiedono pietà e per tutta la serata ho ripetuto mentalmente le nozioni di procedura civile studiate nel pomeriggio, ponendomi domande alle quali a volte non ho saputo rispondere, precipitando nell’ansia.

Di solito finisco alle 5:00 e ci beviamo una birra tutti insieme prima di andare a casa, ma stasera non posso, domani devo svegliarmi il prima possibile per l’ultimo “ripassone”.

Saluto tutti e vado a casa.

Viviamo in un monolocale al terzo piano senza ascensore, è piccolo e la prima volta che l’ho visto ho detto a Loris che mai e poi mai avrei vissuto in quel “buco di culo”, ma poi mi sono lasciata convincere e, alla fine, aveva ragione lui: con pochi soldi e molto olio di gomito* l’abbiamo reso davvero carino.

A giugno Loris è svenuto a causa del caldo, ora, quindi, abbiamo anche il condizionatore.

Vado a letto tramortita dalla stanchezza, punto 82 sveglie, per paura di non riuscire ad alzarmi.

E’ mattino, suona la prima sveglia, sono le 11:00.

Raccimolo tutte le mie forze, con gli occhi incrostati e le righe del cuscino in faccia, metto su un caffè.

Parte il conto alla rovescia, so che finita la colazione mi toccherà affrontare il fatidico “giorno prima”, con seguente “notte prima dell’esame”.

Odio tutto ciò, ma ormai sono alla fine e DEVO tenere duro.

Passo la giornata a ripassare, il tempo vola e si fa sera.


Durante l’ultimo anno di università ho capito che studiare la sera prima dell’esame è totalmente inutile, a meno che tu non sia alle strette e ti manchino davvero delle parti da fare. Quindi dopo cena mi bevo una birra nel letto con Loris e mi addormento guardando Weeds.

Col tempo ho imparato che anche il ripasso la mattina, prima di andare in università non solo è inutile ma è addirittura deleterio, quindi mi sveglio con calma, mi preparo e vado ad affrontare l’ultimo round della sessione.

Torno a casa e provo quel senso di soddisfazione che solo una firma sul libretto ti sa dare.

Mi butto sul letto e dormo.

Mi sveglio ed è il 21 luglio 2016, ho una figlia di due anni abbondanti, lo stesso compagno che veniva a prendermi dal lavoro per paura che mi succedesse qualcosa e scrivo dallo studio legale in cui lavoro.

Potrei chiedere altro?

Certo, un vero stipendio mi farebbe comodo. Ma io sto bene così, la mia lotta quotidiana per il raggiungimento degli obiettivi che mi sono prefissata mi appaga e riempie, a tal punto da non desiderare molto altro.

Eleonora

 

 

 

* Questa cosa mi ha fatto venire in mente di quando Loris, ancora studente universitario, dopo il suggerimento del suo professore, che lo invitava a mettere “molto olio di gomito nel progetto”, ha chiamato sua madre chiedendole se lei a casa ne avesse un po’.

 

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Perché vi chiamano “MARKETTARE”.

Immaginatevi di svegliarvi domani mattina e di smettere , tutti in massa, di seguire le sedicenti “blogger professioniste”.

Quante di loro posterebbero lo stesso? Quante di loro investirebbero il loro tempo nello scrivere il blog, senza avere un ritorno, sia esso economico, di “fama” o di qualsiasi altro tipo?

Ve la do io la risposta, e non perché abbia la verità in pugno, ma perché questa è sotto gli occhi di tutti: POCHE, MOLTO POCHE.

Ed è questo che le rende soggette alle critiche, non tanto il ricevere prodotti in omaggio e recensirli, in questo non ci vedo nulla di male, se non che, a mio avviso, il livello di interesse del pubblico lettore, inevitabilmente, cala a picco.

Chi può aver piacere a leggere un testo che elogia le caratteristiche di una bottiglietta d’acqua? Suvvia, parliamoci chiaro.

Le critiche si diffondono quando dall’altra parte si percepisce il reale fine ultimo. E il loro è, nella maggior parte dei casi, eclatante.

Sebbene molte pensino di avere a che fare con un ammasso di cerebrolesi, senza capacità di discernere, non è così.

Chi legge, percepisce cosa ci sia dietro e, questo le stupirà, ma ha il sacrosanto diritto di non gradire la loro sfacciataggine, quella con cui pretendono di convincerti che sia giusto così, che sia corretto cacare il cazzo per mesi, accanendosi contro l’olio di palma  e il cibo bio, gluten free a km zero, per poi pubblicare le foto del Kinder Cerealè. E se manifesti il tuo dissenso, è perché sei invidiosa, ti rode perché a te non regalano nulla.

Sia chiaro, io non ho nulla contro il cibo spazzatura, certo, cerco di evitare di darlo alla nana e limito anche il mio consumo, ma non sono una fissata per ‘ste cose. Sono però profondamente fissata con la correttezza e la coerenza.

E’ facilmente individuabile chi tra le molte, continuerebbe a coltivare la propria passione, scrivendo e investendo sul proprio blog anche se non avesse un ritorno, di qualsiasi tipo esso sia, e chi, invece, tolto il vantaggio che può ottenere, smetterebbe di “lavorare”.

Ed è qui che casca l’asino.

Anche la diversa definizione che si attribuisce all’attività svolta ha una sua incidenza. Difficilmente chi agisce per reale passione parla di “lavoro” anche qualora vi siano entrate economiche, chi lo fa con dedizione continua a definirlo un piacevole passatempo. Le arriviste, quelle che la passione l’hanno persa e quelle che, evidentemente, non l’hanno mai avuta, parlano di “lavoro”.

E qui, casca ancora una volta l’asino.

Andatelo a dire ai vostri nonni, di ritorno dai campi coltivati, con le mani callose e le spalle arse dal sole, che voi di mestiere fate le “blogger”. Andatelo a dire a chi si spacca la schiena facendo due lavori per portare avanti la famiglia, a chi si alza nel pieno della notte, a chi rischia la vita sul lavoro, a chi ha studiato anni per esercitare il proprio mestiere, a chi è costretto a stare lontano dai propri cari, per garantire loro un futuro migliore.

Provate a dire loro che per mestiere scrivete dietro compenso, senza alcuna competenza e senza alcuna particolare capacità, recensioni su prodotti forniti gratuitamente. Dite loro che rispondere ai commenti sui social network è faticoso, quasi quanto curare l’aspetto grafico del vostro blog.

Provateci, poi scrivete un post sulle loro reazioni, potrebbe essere il primo argomento interessante da voi trattato!

Non convincerete di certo me, che fatico ancora ora a considerare “lavoro” il mio (che comporta più o meno la stessa attività che facevo quando studiavo) e che nel tempo libero faccio quello che voi, invece, siete, convinti di poter considerare tale.

Parlate delle difficoltà dello scrivere post, eppure trovo testi di poche righe, colmi di “copia incolla” su caratteristiche di prodotti che neanche sotto tortura comprereste, ma che siete costrette a lodare per non perdere lo sponsor.

Perché la teoria del “se il prodotto non mi interessa, non accetto l’omaggio” è crollata quando vi ho viste millantare le qualità ineguagliabili dell’acqua magica. E perché è più che evidente che se rifiuti il prodotto offerto da un’agenzia, questa non ti contatterà una seconda volta, per comprendere se, rifiutato l’olio per capelli, tu possa gradire la crema antismagliature. L’agenzia fa una X grossa come una casa sul tuo nome e ti saluta. Pochi instanti dopo avrà trovato una più disponibile e, magari, con anche più follower di voi. Dimostrandovi, tra l’altro, che siete intercambiabili, perché siete l’una la copia dell’altra.

Provate a leggere uno dei loro testi senza conoscerne l’autrice, vi sfido a riconoscerne la provenienza.

Non prendete per il culo la gente, che per voi rappresenta un numero ma che, vi stupirà, è in grado di discernere e comprendere.

Ci raccontate quanto sia faticoso rispondere a tutti i commenti, eppure, sotto le vostre foto, centinaia di domande che non hanno ricevuto risposte. Complimenti che non ricevono in cambio i dovuti ringraziamenti. Insulti che, invece, scatenano il finimondo.

Provateci: avete una blogger preferita che non risponde mai? Le lasciate migliaia di commenti al giorno ma lei non ringrazia? Provate a scriverle un insulto, vedrete che finalmente otterrete l’agognata risposta.

Si, perché la loro facciata, il loro perbenismo, crolla appena viene toccato quello pseudobusiness che tanto le rende orgogliose, a tal punto da considerare invidiose tutte quelle che osino manifestare il proprio dissenso. Non è l’insulto che le fa scatenare, quanto l’idea che questo possa ledere loro, disincentivando la gente a seguirle o le aziende a contattarle.

E se vi lamentate dell’utilizzo improprio del termine “marchetta”, perché richiama al mondo della prostituzione (sebbene nel caso di specie sia inequivocabilmente usato senza alcun riferimento ad essa). Posso io, donna lavoratrice, che esce alle 8 e rientra in casa alle 20, lamentarmi del vostro inappropriato utilizzo del termine “lavoro”?

Amen.

Eleonora

 

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Un po’ di silenzio.

Non scrivo mai in queste occasioni. Forse non lo farò neanche questa volta, o meglio, scriverò è non pubblicherò. Valuterò a fine testo se sia il caso.

Non scrivo mai, perché è troppo pericoloso. E’ troppo facile perdere di vista il vero senso di tragedia che accompagna questi avvenimenti e che merita il suo spazio, autonomo e indipendente da tutte le considerazioni di contorno.

Non mi riferisco ai post di odio, a quelli razziali o quelli che incitano allo sterminio di intere comunità. Parlo in generale: le parole, spesso sono irriguardose, mettere nero su bianco il proprio pensiero in certe circostanze, rischia di essere inappropriato.

Troppo alto è il pericolo di porsi al centro dell’attenzione con il proprio pensiero e le proprie opinioni, trascurando il dramma al quale bisogna sommessamente e ineluttabilmente chinarsi.

Più semplice è fare silenzio, evitando ogni pericolo. Il silenzio non può essere irrispettoso, non ingombra e lascia il giusto spazio ai pensieri, intimi e confidenziali, di ognuno di noi.

Oggi, però, è in parte diverso, per la prima volta mi hanno costretta a pensare “e se ci fossi stata io?”. Non mi era mai successo prima.

E mi sono incazzata.

Mi sono incazzata, perché insensibile e scorretta, la mia considerazione mi ha obbligata ad ammettere a me stessa di non essere in grado di comprendere a pieno la terribile disgrazia in atto.

Questo non è certo il momento di pensare a chi, per sua fortuna, non c’era, a chi, per una serie di circostanze, è riuscito a scampare al destino, a chi sarebbe dovuto essere lì ma per un contrattempo era altrove.

Oggi è il tempo di pensare a chi c’era.

E io non sono stata capace. O meglio, non del tutto, non nel modo giusto.

Non c’ero io. Non c’era nessuno di noi. E chiuderei con “per fortuna”, scoprendomi ancora una volta egoista e individualista.

C’erano loro.

Non importa chi ha la casa lì ma ha deciso di trascorrere le vacanze altrove, chi se ne frega di chi camminava proprio lì l’anno scorso a quell’ora, di chi amava portarci sua figlia a guardare gli uccelli volare e di chi, da piccolo, ci andava a fare i pic-nic con la nonna.

Lì, ieri, c’erano loro.

Loro, ripresi e fotografati.

Loro, esanimi e pubblici.

Loro che lasciano famiglie distrutte da un dolore che li accompagnerà fino alla fine delle loro esistenze. Esistenze che perdono senso e si trasformano in sopravvivenza all’incessante sofferenza, al dolore senza cura, alla tristezza senza rimedio.

C’erano loro. Che non ci sono più.

C’erano le loro famiglie. Che rimangono. Sono costrette.

Non ce ne frega un cazzo che voi abbiate paura. A loro hanno tolto anche questo, rendendo realtà i più terribili timori.

Portate rispetto, insieme a me.

Facciamo tutti un po’ di silenzio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Non allattarla che si stanca.

“Chissà quanto latte che avrai, con quelle tette lì!”.

E io dicevo a Loris, “vuoi vedere che me la gufano e alla fine andrà tutto storto?”, “sarebbe il colmo portarsi dietro ‘ste due zavorre per nove mesi e poi non riuscire ad allattare!”.

Altro che sfera di cristallo, quando la sfiga ti perseguita, basta ipotizzare una situazione negativa che questa, magicamente, si avvera.

Mia è nata prematura di cinque settimane, uno scricciolino che ha aperto gli occhi per la prima volta solo dopo tre giorni dalla sua venuta al mondo. Eppure, quando l’hanno portata da me dopo i controlli e mi hanno suggerito di provare a farla attaccare al seno, tutto sembrava andare per il meglio.

Il primo giorno di vita, Mia sembrava essere già riuscita a trovare il percorso giusto. Io un po’ meno, col timore di soffocarla sotto il peso delle tette che, durante la gravidanza, erano aumentate di un numero indecifrabile di taglie, unito alle difficoltà classiche cui si va incontro quando si sta facendo qualcosa di nuovo, sebbene dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo, cercavo di trovare anche io la strada corretta.


Mi sembrava tutto, fuorché la cosa “più naturale del mondo”, come da tutti descritta. Eppure non avevo intenzione di demordere, già solo per rendere giustizia alla mia povera schiena, che per otto lunghi mesi ha dovuto compiere sforzi non indifferenti per portare in giro quei 6/7 kg di tette (si, le pesavo).

Pian piano, durante la prima giornata, iniziavamo a trovare i nostri equilibri.

Finchè, maledetto il “cambio turno”, mi si presenta una ostetrica isterica urlandomi contro di smettere di attaccarla, per non rischiare di stancarla troppo, togliendole le forze di bere il latte artificiale.

Sconcertata mi chiedo quando, nelle sue 24 ore di vita abbia già avuto a disposizione il latte artificiale e, soprattutto, perché.

L’inesperienza e la paura di fare del male alla mia bambina, già così piccina, a tal punto da non potersi permettere di perdere nemmeno un grammo di più, mi hanno convinta che le parole dell’ostetrica, di sicuro più esperta e competente di me, non potevano che essere sensate. Ho lasciato perdere i miei tentativi e ho cercato di godermi i primi istanti della mia nuova vita.

Durante la notte, mi hanno riportato la bambina, con un ciuccio di dubbia provenienza in bocca. Ho chiesto loro il perché lo avesse, soprattutto, da dove provenisse. Mi è stato risposto che i bambini hanno bisogno di succhiare e non potendosi attaccare al seno hanno ritenuto opportuno darle quello (nonostante ne avessi fornito uno nuovo in caso di necessità).

Sempre guidata dalla mia totale ignoranza, mi sono affidata alla supposta competenza del personale ospedaliero.

Mai scelta fu peggiore. Perché a quei giorni in ospedale seguirono ben tre mesi attaccata ad un tiralatte elettrico. So che molte di voi hanno resistito molto di più, ma per me, quei tre mesi, sono stati un vero e proprio inferno.

Il secondo giorno di ospedale, senza alcuna consultazione con la sottoscritta, si è deciso che sarei dovuta andare a tirarmi il latte, perché si sa, “è importante non perdere la produzione”. Bestemmio a denti stretti ma obbedisco.

Per la prima volta sono stata accompagnata ad infilare le mie tette dentro a quello strumento infernale che, a mio avviso, mina la dignità della donna in un momento di grande sensibilità quale quello immediatamente successivo al parto.

Ma per il bene di mia figlia, questo e altro, continuavo a ripetermi nella mente. Una volta acceso il marchingegno ho iniziato a piangere come ancora non avevo fatto in quei cinque lunghissimi giorni trascorsi lì.

Ma ho tenuto duro, perché volevo che Mia bevesse il mio latte.

Contenta del risultato ottenuto, consegno la boccetta alla puericultrice, che mi comunica che la bambina ha appena finito di mangiare l’artificiale e che berrà il mio latte alla poppata successiva.

Molto bene. Continuo a imprecare, ora a denti un po’ meno stretti.

Attendo le due consuete ore e arriva il momento della poppata n° 2. La signora del nido infila la boccetta bel microonde e ne tira fuori della ricotta. Ha sbagliato a impostare il timer.

Si scusa, ma si giustifica con un “tanto sei piena, vai di là a tiralo di nuovo!”.

Si ripete la stessa scena. Fino al momento del “oh no, ho sbagliato a impostare il timer!”. Ma questa volta si conclude con un “mi sa che è il tuo latte che è strano.”. Oltre il danno, la beffa.

Ormai ho perso le speranze e Mia continua a bere latte in polvere o, comunque, il mio latte dal biberon. Fino al giorno delle mie dimissioni. Mie, non sue.

Tant’è che per tre giorni mi tocca fare avanti e indietro da casa per portarle il mio latte.

Ma mi sento la donna più forte del mondo, non ci sono punti o stanchezza che tengano, per lei questo e altro, continuo a ripetermi.

Dopo sette giorni dalla sua nascita, finalmente viene dimessa anche lei.

E’ piccola, ma neanche troppo. Credo ancora di poter recuperare i danni fatti. Ci spero più che altro.

Tornati a casa, inizia una quotidiana e straziante routine: prima di tirarmi il latte provo, ogni volta ad attaccarla per almeno dieci minuti, la peso e solo dopo mi rassegno al fatto che non abbia ingurgitato neanche un grammo. La voglia di riprovarci è tanta, ma altrettanta è la paura che si stanchi e poi non beva neanche il latte dal biberon.

Sono in bilico tra una decisione e l’altra. Nessuna certezza e centomila paure.

Così ogni due ore.

Dieci minuti di tentativi, pesata, mezz’ora attaccata allo strumento infernale, mezz’ora per farla mangiare. Resta mezz’ora per fare tutto il resto. Compreso scrivere una tesi.

Tengo duro, tre mesi scarsi. Poi ci rinuncio. Cedo di fronte all’evidenza: non ce l’avrei mai fatta ad attaccarla. Mollo tutto e mi fumo una sigaretta, forse per costringermi a non tornare più indietro, per rendere ufficiale e definitiva la mia decisione.

Decisione presa per il mio bene, ma un po’ anche per il suo. Finalmente non vedrà più la sua mamma nervosa e imbronciata, la sua mamma non avrà più le mani sempre occupate e alle prese con quel rumoroso marchingegno, finalmente la sua mamma può essere solo la sua mamma.

E ora, da mamma a mamma, vi dico di fare solo ciò che vi suggerisce il vostro istinto, non sbaglierete, o, comunque, sbaglierete meno di me!

 

Eleonora