Non allattarla che si stanca.

“Chissà quanto latte che avrai, con quelle tette lì!”.

E io dicevo a Loris, “vuoi vedere che me la gufano e alla fine andrà tutto storto?”, “sarebbe il colmo portarsi dietro ‘ste due zavorre per nove mesi e poi non riuscire ad allattare!”.

Altro che sfera di cristallo, quando la sfiga ti perseguita, basta ipotizzare una situazione negativa che questa, magicamente, si avvera.

Mia è nata prematura di cinque settimane, uno scricciolino che ha aperto gli occhi per la prima volta solo dopo tre giorni dalla sua venuta al mondo. Eppure, quando l’hanno portata da me dopo i controlli e mi hanno suggerito di provare a farla attaccare al seno, tutto sembrava andare per il meglio.

Il primo giorno di vita, Mia sembrava essere già riuscita a trovare il percorso giusto. Io un po’ meno, col timore di soffocarla sotto il peso delle tette che, durante la gravidanza, erano aumentate di un numero indecifrabile di taglie, unito alle difficoltà classiche cui si va incontro quando si sta facendo qualcosa di nuovo, sebbene dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo, cercavo di trovare anche io la strada corretta.


Mi sembrava tutto, fuorché la cosa “più naturale del mondo”, come da tutti descritta. Eppure non avevo intenzione di demordere, già solo per rendere giustizia alla mia povera schiena, che per otto lunghi mesi ha dovuto compiere sforzi non indifferenti per portare in giro quei 6/7 kg di tette (si, le pesavo).

Pian piano, durante la prima giornata, iniziavamo a trovare i nostri equilibri.

Finchè, maledetto il “cambio turno”, mi si presenta una ostetrica isterica urlandomi contro di smettere di attaccarla, per non rischiare di stancarla troppo, togliendole le forze di bere il latte artificiale.

Sconcertata mi chiedo quando, nelle sue 24 ore di vita abbia già avuto a disposizione il latte artificiale e, soprattutto, perché.

L’inesperienza e la paura di fare del male alla mia bambina, già così piccina, a tal punto da non potersi permettere di perdere nemmeno un grammo di più, mi hanno convinta che le parole dell’ostetrica, di sicuro più esperta e competente di me, non potevano che essere sensate. Ho lasciato perdere i miei tentativi e ho cercato di godermi i primi istanti della mia nuova vita.

Durante la notte, mi hanno riportato la bambina, con un ciuccio di dubbia provenienza in bocca. Ho chiesto loro il perché lo avesse, soprattutto, da dove provenisse. Mi è stato risposto che i bambini hanno bisogno di succhiare e non potendosi attaccare al seno hanno ritenuto opportuno darle quello (nonostante ne avessi fornito uno nuovo in caso di necessità).

Sempre guidata dalla mia totale ignoranza, mi sono affidata alla supposta competenza del personale ospedaliero.

Mai scelta fu peggiore. Perché a quei giorni in ospedale seguirono ben tre mesi attaccata ad un tiralatte elettrico. So che molte di voi hanno resistito molto di più, ma per me, quei tre mesi, sono stati un vero e proprio inferno.

Il secondo giorno di ospedale, senza alcuna consultazione con la sottoscritta, si è deciso che sarei dovuta andare a tirarmi il latte, perché si sa, “è importante non perdere la produzione”. Bestemmio a denti stretti ma obbedisco.

Per la prima volta sono stata accompagnata ad infilare le mie tette dentro a quello strumento infernale che, a mio avviso, mina la dignità della donna in un momento di grande sensibilità quale quello immediatamente successivo al parto.

Ma per il bene di mia figlia, questo e altro, continuavo a ripetermi nella mente. Una volta acceso il marchingegno ho iniziato a piangere come ancora non avevo fatto in quei cinque lunghissimi giorni trascorsi lì.

Ma ho tenuto duro, perché volevo che Mia bevesse il mio latte.

Contenta del risultato ottenuto, consegno la boccetta alla puericultrice, che mi comunica che la bambina ha appena finito di mangiare l’artificiale e che berrà il mio latte alla poppata successiva.

Molto bene. Continuo a imprecare, ora a denti un po’ meno stretti.

Attendo le due consuete ore e arriva il momento della poppata n° 2. La signora del nido infila la boccetta bel microonde e ne tira fuori della ricotta. Ha sbagliato a impostare il timer.

Si scusa, ma si giustifica con un “tanto sei piena, vai di là a tiralo di nuovo!”.

Si ripete la stessa scena. Fino al momento del “oh no, ho sbagliato a impostare il timer!”. Ma questa volta si conclude con un “mi sa che è il tuo latte che è strano.”. Oltre il danno, la beffa.

Ormai ho perso le speranze e Mia continua a bere latte in polvere o, comunque, il mio latte dal biberon. Fino al giorno delle mie dimissioni. Mie, non sue.

Tant’è che per tre giorni mi tocca fare avanti e indietro da casa per portarle il mio latte.

Ma mi sento la donna più forte del mondo, non ci sono punti o stanchezza che tengano, per lei questo e altro, continuo a ripetermi.

Dopo sette giorni dalla sua nascita, finalmente viene dimessa anche lei.

E’ piccola, ma neanche troppo. Credo ancora di poter recuperare i danni fatti. Ci spero più che altro.

Tornati a casa, inizia una quotidiana e straziante routine: prima di tirarmi il latte provo, ogni volta ad attaccarla per almeno dieci minuti, la peso e solo dopo mi rassegno al fatto che non abbia ingurgitato neanche un grammo. La voglia di riprovarci è tanta, ma altrettanta è la paura che si stanchi e poi non beva neanche il latte dal biberon.

Sono in bilico tra una decisione e l’altra. Nessuna certezza e centomila paure.

Così ogni due ore.

Dieci minuti di tentativi, pesata, mezz’ora attaccata allo strumento infernale, mezz’ora per farla mangiare. Resta mezz’ora per fare tutto il resto. Compreso scrivere una tesi.

Tengo duro, tre mesi scarsi. Poi ci rinuncio. Cedo di fronte all’evidenza: non ce l’avrei mai fatta ad attaccarla. Mollo tutto e mi fumo una sigaretta, forse per costringermi a non tornare più indietro, per rendere ufficiale e definitiva la mia decisione.

Decisione presa per il mio bene, ma un po’ anche per il suo. Finalmente non vedrà più la sua mamma nervosa e imbronciata, la sua mamma non avrà più le mani sempre occupate e alle prese con quel rumoroso marchingegno, finalmente la sua mamma può essere solo la sua mamma.

E ora, da mamma a mamma, vi dico di fare solo ciò che vi suggerisce il vostro istinto, non sbaglierete, o, comunque, sbaglierete meno di me!

 

Eleonora

 

 

 

 

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3 thoughts on “Non allattarla che si stanca.

  1. Eleonora,

    Hospitals should encourage breastfeeding and not kill it. I understand you , the same happened to me here in Brazil.
    By the way , I follow you on Instagram and I’m a big fan of your posts and Mia’s photos 😉

    Bacci,

    Ana Eliza Nardi
    @ni_nardi

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  2. È impressionante quanto le nostre esperienze siano state simili. Anche mio figlio nato 5 settimane prima, le stesse perplessità nello scoprire che gli era stato dato l’artificiale senza dirmi niente, la stessa totale incoerenza dello staff ospedaliero a seconda dei turni, stessa fiducia erroneamente riposta nelle ostetriche, stesse lacrime e odio per il tiralatte anche se io non sono durata neanche un mese. Hai proprio ragione, abbiamo fatto quello che abbiamo fatto perché era la nostra prima esperienza, i nostri piccoli erano così fragili, avevamo paura di fagli del male e ogni grammo era di vitale importanza. Ci siamo lasciate guidare da chi doveva saperne di più ma ora sappiamo che il nostro istinto è altrettanto importante. Non so se avrò un’altro bambino ma l’esperienza mi ha insegnato tanto e sicuramente sarò molto più consapevole delle mie scelte.

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    • Bè, in quei momenti non puoi che affidarti a chi credi più competente e capace. Il coraggio di seguire il tuo istinto rischiando di essere responsabile di eventuali ripercussioni negative su tuo figlio è, sicuramente, difficile da tirare fuori. Io, tra l’altro, non ci capivo niente in quei giorni, sono stata completamente travolta dagli eventi..

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