Un po’ di silenzio.

Non scrivo mai in queste occasioni. Forse non lo farò neanche questa volta, o meglio, scriverò è non pubblicherò. Valuterò a fine testo se sia il caso.

Non scrivo mai, perché è troppo pericoloso. E’ troppo facile perdere di vista il vero senso di tragedia che accompagna questi avvenimenti e che merita il suo spazio, autonomo e indipendente da tutte le considerazioni di contorno.

Non mi riferisco ai post di odio, a quelli razziali o quelli che incitano allo sterminio di intere comunità. Parlo in generale: le parole, spesso sono irriguardose, mettere nero su bianco il proprio pensiero in certe circostanze, rischia di essere inappropriato.

Troppo alto è il pericolo di porsi al centro dell’attenzione con il proprio pensiero e le proprie opinioni, trascurando il dramma al quale bisogna sommessamente e ineluttabilmente chinarsi.

Più semplice è fare silenzio, evitando ogni pericolo. Il silenzio non può essere irrispettoso, non ingombra e lascia il giusto spazio ai pensieri, intimi e confidenziali, di ognuno di noi.

Oggi, però, è in parte diverso, per la prima volta mi hanno costretta a pensare “e se ci fossi stata io?”. Non mi era mai successo prima.

E mi sono incazzata.

Mi sono incazzata, perché insensibile e scorretta, la mia considerazione mi ha obbligata ad ammettere a me stessa di non essere in grado di comprendere a pieno la terribile disgrazia in atto.

Questo non è certo il momento di pensare a chi, per sua fortuna, non c’era, a chi, per una serie di circostanze, è riuscito a scampare al destino, a chi sarebbe dovuto essere lì ma per un contrattempo era altrove.

Oggi è il tempo di pensare a chi c’era.

E io non sono stata capace. O meglio, non del tutto, non nel modo giusto.

Non c’ero io. Non c’era nessuno di noi. E chiuderei con “per fortuna”, scoprendomi ancora una volta egoista e individualista.

C’erano loro.

Non importa chi ha la casa lì ma ha deciso di trascorrere le vacanze altrove, chi se ne frega di chi camminava proprio lì l’anno scorso a quell’ora, di chi amava portarci sua figlia a guardare gli uccelli volare e di chi, da piccolo, ci andava a fare i pic-nic con la nonna.

Lì, ieri, c’erano loro.

Loro, ripresi e fotografati.

Loro, esanimi e pubblici.

Loro che lasciano famiglie distrutte da un dolore che li accompagnerà fino alla fine delle loro esistenze. Esistenze che perdono senso e si trasformano in sopravvivenza all’incessante sofferenza, al dolore senza cura, alla tristezza senza rimedio.

C’erano loro. Che non ci sono più.

C’erano le loro famiglie. Che rimangono. Sono costrette.

Non ce ne frega un cazzo che voi abbiate paura. A loro hanno tolto anche questo, rendendo realtà i più terribili timori.

Portate rispetto, insieme a me.

Facciamo tutti un po’ di silenzio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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