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Wake me up when september ends.

Eccomi qui. Tempestiva eh?!?

Ieri il rientro e finalmente ho il mio computer con me, confesso di essere stata tentata di scrivere un post durante le vacanze, usando l’iphone, ma poi l’idea di perdere la vista sotto l’ombrellone mi ha fatto demordere.

Non starò qui a raccontarvi di quanto sia stato fico essere in ferie, ed effettivamente lo è stato molto, ma penso siano bastate le foto postate su Instagram a rendere l’idea.

Vorrei, piuttosto, raccontarvi di quanto odi il mese che è alle porte.

Settembre crea in me uno stato di ansia che difficilmente provo negli altri periodi dell’anno. Io vivo nell’ansia perenne, ma nella scala dei periodo più ansiogeni c’è in cima proprio quello che sta per arrivare!
Fin da quando ero piccola, il solo vedere che in televisione iniziavano a sponsorizzare zaini, diari e oggetti per la scuola, generava in me agitazione e mi riportava con la mente alla realtà, impedendomi di godermi a pieno gli ultimi giorni di vacanza.

Sono fatta così: non riesco a vivere il momento, la mia testa va oltre e inizia ad organizzare e pianificare quello che dovrò affrontare nel periodo successivo a quello in corso.

E anche quest’anno, puntuale come la nonna quando deve andare all’Auchan, è giunto il tempo di fare i conti con ciò che verrà.

Il tentativo di non darmi per sconfitta fin dall’inizio, buttando la spugna di fronte all’inesorabile ritorno alla routine di tutti i giorni, mi ha spinta a ragionare sui miei obiettivi futuri, piuttosto che soffermarmi sulla merdosità del non godermi più la quotidianità con Mia, dell’uscire dal lavoro quando è già buio, del congelare appena messo il naso fuori di casa e di tutte le altre sgradevolezze che l’autunno e poi l’inverno si portano dietro.

Ecco quindi una lista degli obiettivi che vorrei raggiungere quest’anno, più che di traguardi da tagliare, si tratta di tentativi di gestire al meglio la mia esistenza, evitando di lasciarmi travolgere dagli impegni e dalla noiosa quotidianità.

Il primo e assolutamente indispensabile passo da compiere è quello di riprendere a fare attività fisica, di qualsiasi tipo, prima che il mio corpo si decomponga e mi ritrovi con le chiappe alle caviglie.
Non sono mai stata un’atleta, non sono brava in nessuno sport (a meno che non si faccia rientrare il fracassamento di palle tra gli sport) ma ho sempre cercato di mettere una pezza al flaccidume dilagante e di fare qualcosa che mi permettesse di scofanarmi porcate in quantità senza sentirmi in colpa e, soprattutto, senza trasformarmi in Giuliano Ferrara.
L’anno scorso avevo iniziato a correre, niente di esagerato, facevo 5 km arrancando e arrivavo a casa con la faccia di chi ha appena finito la maratona di New York, elemosinando acqua e zucchero per scongiurare il rischio svenimento. Non mi sono mai appassionata realmente alla corsa, ma mi faceva sentire relativamente bene o, comunque, ero riuscita a convincere il mio cervello che fosse così e almeno tre volte alla settimana mi costringevo a scollare il culo dal divano e lanciarmi in pasto alle zanzare all’ora del tramonto, avevo addirittura investito ben € 12.90 nell’acquisto di un paio di scarpe da corsa del Decathlon, a dimostrazione di quanto seriamente avessi preso la cosa.
Poi ho iniziato a lavorare e non sono più riuscita a organizzarmi, finendo molto tardi la sera, inevitabilmente ho dovuto rinunciare all’attività fisica arrendendomi alla suprema forza di gravità che attrae inesorabilmente le mie chiappe al suolo.

Il secondo obiettivo che intendo raggiungere è quello di cominciare a studiare per l’esame di Stato. Quando mi sono laureata ho ringraziato Dio di non dover mai più sottopormi a esami e, conseguentemente, passare ore, giorni, mesi sui libri. Ovviamente avevo messo in conto che non avrei potuto e voluto inseguire il sogno di diventare Avvocato, convinta che l’avere Mia avesse reso impossibile la sua realizzazione. Poi mi sono ricreduta e sono ricaduta nel tranello che da sempre mi tendo da sola: aspirare a cose che richiedono sbattimenti immani per essere realizzate, maledicendo per tutti gli anni a venire il giorno in cui ho preso la decisione di intraprendere quel percorso.
In realtà, avendo iniziato il praticantato a novembre, non potrò partecipare all’esame che si terrà quest’anno e dovrò attendere il 2017, ma parto svantaggiata rispetto alla stragrande maggioranza dei candidati, che lo affronterà dovendo pensare solo allo studio, potendosi concentrare a pieno: con una nana al seguito e un lavoro che mi occupa la maggior parte della giornata credo che mi toccherà dedicare la pausa pranzo alla preparazione e temo, tra l’altro, che non sarà assolutamente sufficiente. Ma è troppo presto per consentire anche a questa ansia di prendere piede, quindi, per ora, mi accontento di trovare dei piccoli buchi di tempo in cui iniziare a studiacchiare qualcosa.
Non sto nemmeno qui a dirvi quanto questa cosa mi faccia cacare, ma mi tocca e affronterò il tutto stoicamente (non è vero, lo farò lamentandomi fino a quando avrò fiato).

Il terzo punto su cui intendo lavorare è la mia vita sociale. Ebbene si, un tempo ne avevo una.
Ora il massimo della convivialità lo raggiungo quando scambio due chiacchiere con la panettiera sotto lo Studio o quando incontro una cancelliera simpatica in Tribunale (caso assai raro, posto che per diventare cancelliere devi superare il test di stronzaggine e solo se sei veramente ma veramente acida e scorbutica ti è concesso l’accesso alla professione).
Ho quindi pensato che per prima cosa sarebbe più che opportuno che io e Loris reintroducessimo la nostra uscita di coppia mensile: quando Mia ha compiuto un anno, abbiamo deciso che avremmo dedicato almeno una sera al mese solo a noi due (si trattava di una cena, non immaginatevi notti folli, motel o festini) ma serviva a me e a noi, anche solo per riuscire a rivolgerci la parola e trattare argomenti diversi dal “stasera porto fuori l’umido o il secco?”. Poi non so bene cosa sia successo ma gradualmente abbiamo abbandonato questa abitudine ancor prima che la si potesse realmente definire tale.
Ma vi dirò di più: il traguardo dei traguardi sarebbe quello di introdurre, oltre alla cena di coppia, un’uscita tra amici. Probabilmente quando li rincontrerò stenteranno a riconoscermi, qualcuno si presenterà, pensando che sia nuova della zona, visto che anche sotto questo punto di vista ho veramente molto da contestami.
La nana ha ormai 2 anni e qualche mese e le uscite che ho fatto con le mie amiche da quando è nata si contano sulle dita di una mano, a costo di essere ripetitiva, anche in questo caso, devo dire che prima che il praticantato si appropriasse della mia esistenza riuscivo a ritagliarmi un po’ più di tempo per me (parlo in termini di un paio di ore al mese, ma ad oggi anche quelle sono una vera e propria utopia!).

Credo di dovermi fermare qui, perchè già questo breve elenco di buoni propositi rischia di rimanere solo sulla carta, non vorrei disattendere ulteriori aspettative scritte nero su bianco.

In ogni caso, io il tentativo di andare a dormire sperando di svegliarmi il primo di ottobre lo faccio.

Buon settembre a tutti, soprattutto a chi, come me, lo odia con tutto se stesso!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Caro Voltaire, sei proprio sicuro?

Il web è molto pericoloso.

La gente non ha voglia di leggere testi troppo lunghi, dà un’occhiata, legge un paio di commenti e si fa un’idea.

Spesso immagina di trovare scritto quello che gli piacerebbe leggere, forse perché partendo dall’autore ne ha idealizzato il pensiero.

A volte basta un titolo scritto in maniera efficace affinchè un articolo ottenga un sacco di like, ma quanti davvero lo hanno letto?

Me lo sono chiesta in questi giorni, in cui in molti hanno avuto da dire, sia in positivo sia in negativo, su alcuni dei miei testi.

Quanti li hanno letti?

Perché mi fanno domande del genere se la risposta è al loro interno?

Perché la loro interpretazione non coincide con quanto avrei voluto comunicare?

A volte basta anche solo la foto con cui si invita a leggere il post per creare disguidi e incomprensioni, una parola al posto sbagliato, un verbo al posto di un altro.

E scoppia subito il finimondo.

Attenzione però, non sempre è il lettore a incappare nell’errore e nella superficialità, molto spesso è l’autore a rendere la rete un luogo davvero insidioso, sottovalutando l’immenso potere dello strumento utilizzato.

Se da un lato si comprende di avere un’influenza e la si sfrutta con diverse finalità, dall’altro, spesso, viene trascurata l’effettiva portata della propria incidenza e si dà spazio a pensieri e parole che, forse, sarebbe più opportuno mantenere intimi.

Si, perché a quanto pare il web, strumento dai più definito “democratico”, di certo, a mio avviso, per nulla meritocratico, è ben predisposto ad accogliere post di qualsiasi tipo, compresi quelli a sfondo razziale, quelli in cui si incita all’omofobia o la xenofobia, quelli irrispettosi e scorretti, quelli in cui si fomenta l’odio e l’emarginazione o in cui si pratica il tanto famigerato bullismo telematico.

La rete diventa, allora, un vero e proprio pericolo collettivo.

Se sbagli bacheca e provi a esprimere dissenso, rischi il linciaggio.

Orde di utenti incattiviti manifestano opinioni discutibili con modalità altrettanto discutibili, talvolta litigano tra loro senza comprendere di stare esprimendo la stessa posizione, l’importante è scaldarsi ed essere pronti a scattare. Non tanto per il rispetto delle proprie idee, quanto piuttosto per mantenere salda la propria immagine, quella di chi non ha paura di rendere noto il proprio pensiero e si sente in diritto di farlo nelle forme più improbabili.

“Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo.”, diceva saggiamente Voltaire*, probabilmente non immaginava che nel mondo si sarebbero diffusi così tanti coglioni.

Chi costruisce intere “carriere” sulla trasmissione di messaggi di odio, producendo video e articoli in cui si inneggia alla violenza e alla “pulizia etnica”.

Chi pur non esponendosi a tal punto, con un semplice like, avvalla le altrui idee e posizioni.

Chi non si lascia sfuggire l’occasione fornita da un fatto di cronaca per accusare ancora una volta intere collettività, popolazioni composte da milioni di persone, talvolta confondendo provenienza geografica con appartenenza religiosa.

E così il musulmano diventa arabo, poco importa se in realtà è francese per nascita, l’importante è convogliare rabbia e rancore su qualcuno o qualcosa.

E allora, mio caro Voltaire, chissà come l’avresti pensata se avessi vissuto in quest’epoca, forse avresti aggiunto una postilla a margine, per rendere chiaro a chiunque che a tutto c’è un limite.

Un limite del quale non si può non tenere conto quando si comunica con migliaia di persone, quando si ha un’influenza più o meno accentuata sul proprio “pubblico” e, soprattutto, quando la propria posizione risulti essere in netto contrasto con principi sanciti dalla Costituzione, quale il sacrosanto principio di non discriminazione.

Purtroppo, a quanto pare, le masse sono pronte a ergersi paladine della giustizia on line, scagliandosi contro chi fa due battutine sull’acquisto di follower o dichiara di non ritenere un lavoro quello esercitato dalle “sponsor blogger”, al punto da invitare ad attaccarmi chi non lo ha fatto perché non si è sentito chiamato in causa, al punto da tacciarmi di malignità, invidia e cattiveria, al punto da infilarmi in bocca parole mai dette per il gusto di averla vinta.

Ma dove finiscono tutti loro di fronte ad un “Italia agli italiani”?

Ah già, stanno mettendo il like.

 

 

*Anche se l’attribuzione della frase a Voltaire è dubbia.