Caro Voltaire, sei proprio sicuro?

Il web è molto pericoloso.

La gente non ha voglia di leggere testi troppo lunghi, dà un’occhiata, legge un paio di commenti e si fa un’idea.

Spesso immagina di trovare scritto quello che gli piacerebbe leggere, forse perché partendo dall’autore ne ha idealizzato il pensiero.

A volte basta un titolo scritto in maniera efficace affinchè un articolo ottenga un sacco di like, ma quanti davvero lo hanno letto?

Me lo sono chiesta in questi giorni, in cui in molti hanno avuto da dire, sia in positivo sia in negativo, su alcuni dei miei testi.

Quanti li hanno letti?

Perché mi fanno domande del genere se la risposta è al loro interno?

Perché la loro interpretazione non coincide con quanto avrei voluto comunicare?

A volte basta anche solo la foto con cui si invita a leggere il post per creare disguidi e incomprensioni, una parola al posto sbagliato, un verbo al posto di un altro.

E scoppia subito il finimondo.

Attenzione però, non sempre è il lettore a incappare nell’errore e nella superficialità, molto spesso è l’autore a rendere la rete un luogo davvero insidioso, sottovalutando l’immenso potere dello strumento utilizzato.

Se da un lato si comprende di avere un’influenza e la si sfrutta con diverse finalità, dall’altro, spesso, viene trascurata l’effettiva portata della propria incidenza e si dà spazio a pensieri e parole che, forse, sarebbe più opportuno mantenere intimi.

Si, perché a quanto pare il web, strumento dai più definito “democratico”, di certo, a mio avviso, per nulla meritocratico, è ben predisposto ad accogliere post di qualsiasi tipo, compresi quelli a sfondo razziale, quelli in cui si incita all’omofobia o la xenofobia, quelli irrispettosi e scorretti, quelli in cui si fomenta l’odio e l’emarginazione o in cui si pratica il tanto famigerato bullismo telematico.

La rete diventa, allora, un vero e proprio pericolo collettivo.

Se sbagli bacheca e provi a esprimere dissenso, rischi il linciaggio.

Orde di utenti incattiviti manifestano opinioni discutibili con modalità altrettanto discutibili, talvolta litigano tra loro senza comprendere di stare esprimendo la stessa posizione, l’importante è scaldarsi ed essere pronti a scattare. Non tanto per il rispetto delle proprie idee, quanto piuttosto per mantenere salda la propria immagine, quella di chi non ha paura di rendere noto il proprio pensiero e si sente in diritto di farlo nelle forme più improbabili.

“Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo.”, diceva saggiamente Voltaire*, probabilmente non immaginava che nel mondo si sarebbero diffusi così tanti coglioni.

Chi costruisce intere “carriere” sulla trasmissione di messaggi di odio, producendo video e articoli in cui si inneggia alla violenza e alla “pulizia etnica”.

Chi pur non esponendosi a tal punto, con un semplice like, avvalla le altrui idee e posizioni.

Chi non si lascia sfuggire l’occasione fornita da un fatto di cronaca per accusare ancora una volta intere collettività, popolazioni composte da milioni di persone, talvolta confondendo provenienza geografica con appartenenza religiosa.

E così il musulmano diventa arabo, poco importa se in realtà è francese per nascita, l’importante è convogliare rabbia e rancore su qualcuno o qualcosa.

E allora, mio caro Voltaire, chissà come l’avresti pensata se avessi vissuto in quest’epoca, forse avresti aggiunto una postilla a margine, per rendere chiaro a chiunque che a tutto c’è un limite.

Un limite del quale non si può non tenere conto quando si comunica con migliaia di persone, quando si ha un’influenza più o meno accentuata sul proprio “pubblico” e, soprattutto, quando la propria posizione risulti essere in netto contrasto con principi sanciti dalla Costituzione, quale il sacrosanto principio di non discriminazione.

Purtroppo, a quanto pare, le masse sono pronte a ergersi paladine della giustizia on line, scagliandosi contro chi fa due battutine sull’acquisto di follower o dichiara di non ritenere un lavoro quello esercitato dalle “sponsor blogger”, al punto da invitare ad attaccarmi chi non lo ha fatto perché non si è sentito chiamato in causa, al punto da tacciarmi di malignità, invidia e cattiveria, al punto da infilarmi in bocca parole mai dette per il gusto di averla vinta.

Ma dove finiscono tutti loro di fronte ad un “Italia agli italiani”?

Ah già, stanno mettendo il like.

 

 

*Anche se l’attribuzione della frase a Voltaire è dubbia.

 

 

 

 

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